mailing list Aula 2 - collettivo Ingegneria - Ingegneria in Movimento

Ciao a tutt*

Come promesso ho realizzato la mailing list

si chiama aula2@tupone.it

(magari il dominio lo cambieremo tra un po' ma non sapevo dove appoggiarla... non voglio avere manie di protagonismo....)

Chi vuole può cancellarsi o direttamente nel relativo pannello di controllo o chiedendolo in privato, può anche chiedermi di modificare il proprio indirizzo di mail.
Chi vuole può amministrare con me la lista (non la vorrei moderare agli iscritti, ma magari inserirò qualche filtro sugli allegati troppo pesanti)
Chi vuole può suggerire altre persone ancora non raggiunte

Lo scopo è quello di rimanere in contatto, non perderci di vista (in senso lato), organizzare altre occasioni di incontro, non soltanto per eventi tragici, e scambiarci opinioni anche su temi politici, sociali e culturali.
Il livello della politica italiana è alquanto degradata in questi ultimi tempi, e avere momenti di confronto e anche forme organizzative come quelle che ci eravamo dati a suo tempo sicuramente possono rappresentare modelli migliori, da riproporre magari per altre occasioni.

Visto che non so se tutti sono stati raggiunti dalle precedenti mail un po' frastagliate vi lascio in fondo alcuni ricordi su Domenico che sono girati in questi giorni:
quello molto commovente di Giulio, ma anche di Daniele, Iliana e Gianni Fasano (che era indirizzato a me ma mi pare sia da condividere con tutti)


Ciao Francesco

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da Giulio Di Nicola:
I giorni del sole (in memoria di Domenico Savoia)

 

1985, forse novembre, un foglio di carta appeso su una parete di annunci, tipo “cerco una stanza”, “vendo dispense”, diceva: “Prendiamo la parola” e poi non diceva altro se non che c’era un’appuntamento al centro studenti, una grossa soffitta con dei tavolacci dove gli studenti di ingegneria andavano a passare qualche ora dopo mangiato o tra una lezione  e l’ altra.
Salii su, non ero mai stato in quel posto perche’ noi di elettrotecnica avevamo una sede adiacente al complesso di San Pietro in Vincoli e trovai Domenico Savoia, Giancarlo Castorina, Alfredo Ricchi, Stefano Leonardi e Riccardo Sucapane. Quel giorno nacque il collettivo di Ingegneria e da quel giorno la vita divento’ bella.
Fu come quando si spalancano le imposte ed entra il sole in una stanza: si vedono i colori, i quadri, gli arredi,entra il caldo, perfino un po’ di vento….  Ecco questo accadde al complesso di San Pietro in Vincoli: si spalancarono le imposte ed entro’ la luce del sole e l’aria pulita.
La mia esperienza di collettivo fini’ nei primi mesi del 1989, in tutto meno di 4 anni ma anni bellissimi, troppo belli che forse a qualcuno hanno fatto male perche’ quando vivi un’esperienza troppo positiva e troppo coinvolgente rischi di perdere il contatto con la realta’ e finire male.
Come chi ha vissuto un grande amore, poi non e’ piu’ in grado di avere un rapporto sentimentale costruttivo con un’altra persona, cosi’ le esperienze troppo belle possono toglierti la capacita’ di affrontare con naturalezza il corso della vita.
In quegli anni ci vedevamo tutti i lunedi’ ma nella mia memoria e’ come se ci fossimo visti tutti i giorni per tutto il giorno, come se in quegli anni non avessi avuto altro da fare.
Eravamo un gruppo estremamente coeso, anche le differenze di appartenenza politica non riuscivano a provocare fratture, malintesi o scontri: era l’ amicizia!
Prendevamo iniziative, dicevamo la nostra, protestavamo, eravamo nei cortei, scrivevamo volantini e manifesti, stavamo nelle assemblee da protagonisti e non da spettatori: era la liberta’!
Non avevamo problemi economici, di portare a casa la pagnotta, di dover rispondere alla moglie o ai figli e alle loro esigenze e pretese: era la gioventu’!
Se ripensiamo ad ognuno di noi allora, vediamo solo volti sorridenti: certo, quando hai la gioventu’, l’ amicizia, la liberta’, come fai a non essere sorridente! Ma tutto questo non e’ la vita: e’ un momento.
Poi inizia la chiamata alle armi e come avviene al fronte, chi e’ piu’ refrattario alla disciplina, alla logica della guerra con tutte le sue implicazioni, finisce in prima linea e finisce ammazzato per primo.
Domenico era il piu’ refrattario alla disciplina e al senso e non senso delle regole della vita.
Quegli anni del sole lo hanno accecato, gli hanno fatto ritenere che l’amicizia, la liberta’ e perfino l’eta’ fossero sempre le stesse.
Cosi’ comincia una drammatica discesa agli inferi: se tu sei troppo puro alla fine vedi tutti indegni, meschini, traditori.
Non e’ cosi’, in realta’ c’e’ sempre un po’ di meschinita’, un  po’ di furberia, un po’ di tutto il male che ci puo’ essere ma questi non sono i soli elementi di ogni personalita’.
Ma a Domenico il raggi di sole di quei giorni avevano mostrato una realta’ troppo bella e quindi quella venuta dopo sembrava troppo brutta e cosi’ ha perso un appuntamento importante per sopravvivere: quello col lavoro.
Quando dico lavoro non intendo un posto di lavoro soltanto ma intendo dire l’abitudine, la disciplina, l’ interiorizzazione di un lavoro che diventa una cosa ovvia per te, magari non sempre piacevole ma ineliminabile, come andare al bagno o doversi mangiare qualcosa.
Il lavoro non e’ liberta’ se non in minima parte, per il resto e’ disciplina, organizzazione, tempistica, capacita’ di sopportazione. Il lavoro non e’ amicizia, e’ un rapporto tra colleghi. Il lavoro non e’ una cosa da ragazzi ma per adulti.
Nell’uomo dev’esserci un “centro del lavoro” nella testa, cosi’ come c’e’ un “centro del linguaggio”.
Cosi’ come il centro del linguaggio o si attiva entro i tre anni, e allora il bambino impara naturalmente a parlare e se non ha potuto imparare a parlare in quegli anni, resta praticamente incapace di parlare per il resto della vita, cosi’ credo che accada al “centro cerebrale del lavoro”.
Quando il centro del lavoro non si attiva subito, nel tempo si diventa sempre piu’ refrattari non alla fatica o all’attivita’ lavorativa ma all’ ambiente del lavoro, alle sue regole non scritte, a cio’ che ti permette di viverlo come un fatto normale, una vera e propria funzione biologica naturale.
Domenico ha iniziato come insegnante, un brutto inizio perche’ insegnare oggi e’ uno dei lavori piu’ frustranti che ci sono e quello dove l’ ambiente e’ l’elemento piu’ importante e vincolante.
Infatti, se per un tecnico, una valvola di salvezza puo’ essere quella di ritagliarsi una nicchia dove fai le tue operazioni tecniche e nessuno piu’ di tanto si puo’ intromettere, nell’ insegnamento e’ tutto una relazione ma non una relazione amichevole, e’ una relazione che e’ un mestiere.
Un mestiere dove negli anni di merda dello svacco sociale non c’e’ rispetto per il maestro perche’ le gerarchie che contano sono quelle basate su altro che il sapere o la dedizione ai propri studenti o alla materia che si insegna.
Cosi’ e’ uscito fuori dalla scuola, schifato da alunni, genitori e professori suoi colleghi. In quella scuola, quella dove si lavora, non c’era posto per la liberta’, per l’amicizia e non era piu’ cosi’ giovane.
Poteva ancora farcela: studio’ cinese quando non era ancora di moda e la Cina era ancora, per noi, il “pianeta Cina”. Era bravo, lo era sempre stato e quindi imparo’ a parlare e scrivere in Cinese in poco tempo, parti’ per la Cina con grande entusiasmo.
Com’era la Cina? Com’e’ andata in Cina? Secondo me cosi’ e cosi’ perche’ quando torno’, sotto Natale, me ne parlo’ con profondita’, senza mitizzare: il suo racconto era come un resoconto giornalistico di alto livello. Poteva farcela!
Ma nella vita la nostra volonta’, la nostra azione, tutto cio’ che e’ nelle nostre facolta’ vale solo per il 50%, il resto e’ la sorte che lo decide perche’ in qualsiasi momento, come in guerra, puo’ arrivare la bomba o la pallottola che ci colpisce.
Cosi’ la maledetta notte di capodanno che segui’ il suo temporaneo ritorno dalla Cina successe un fattaccio.
Dovevamo andare insieme ad una festa in un locale ma io fui messo nella lista di  quelli che devono stare di turno al centro di supervisione e quindi la notte di capodanno per me era lavorativa.
Un uomo schifoso, cocainomane, ubriacone di merda inizio’ a provocare, fini’ in rissa e lui che si era coraggiosamente interposto tra i litiganti si prese una bottigliata o qualcosa di simile sulla mascella: cadde tramortito e la mascella fini’ fratturata.
Nessuno lo soccorse per non si sa quanto tempo finche’ non lo videro per terra in una pozza di sangue.
L’ambulanza ci mise un sacco di tempo ad arrivare ed un sacco di tempo per portarlo al San Giovanni: le strade erano invase da beoni e festaioli di quel maledetto capodanno di merda!
Lo venni a sapere dalla famiglia, allora avevo ancora il telefono di quando era studente, iniziava per 621 se non sbaglio, infatti, non sentendolo, dopo qualche giorno lo cercai.
Lo andai a trovare all’ ospedale: era devastato, non solo fisicamente ma anche mentalmente.
Non sarebbe potuto ripartire per la Cina come previsto all’ inizio del nuovo anno e prima di riprendersi ci sarebbe voluto chissa’ quanto tempo.
La sua refrattarieta’ ebbe un ulteriore impennata, rifiuto’ alcune cure….. anche l’ ospedale, con le sue regole, la sua disciplina, la sua gerarchia gli era insopportabile.
Usci’ vecchio anzi, disfatto. Comincio’ a diradare le sue telefonate, spesso non rispondeva, poi abbandono’ la posta elettronica e cosi’ l’ ho perso di vista.
Maledetto io perche’ in tanti anni non sono mai andato a cercarlo fisicamente? Bussare alla porta, magari lasciargli un pezzo di carta appiccicato sul portone! Certo Ostia e’ lontana da dove abito, certo, ho, abbiamo tutti gli impegni della nostra vita, certo e’ giusto chiedersi: cosa ci potevo fare?
Ma anche quel lontano giorno, quando eravamo solitari studenti, potevamo dire: che ci posso fare? Oggi c’e’ lezione…. Tra due settimane ho l’esame….. e potevamo non entrare mai in quel centro studenti e non avvicinarci mai a quel gruppetto di tipi strani…..
Ci saremmo persi la gioventu’, la liberta’ e l’amicizia! Meno male che non l’ abbiamo fatto!
Pero’ piu’ tardi, non aver perso un po’ di tempo, non aver tentato un gesto apparentemente non in grado di cambiare la realta’, ci ha fatto perdere Domenico.
Il nostro amico, il nostro spirito libero, la nostra gioventu’! Perdonaci amico, perdonaci, perdonaci…..

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Da Daniele Cascianelli

Io sono d'accordo. No, non sono solo d'accordo, ne sarei felice. Mi è dispiaciuto veramente essere a un passo da voi e non poter venire, solo per colpa del caso. Il caso che ha avuto una parte maledetta nella storia di Mimmo. Come è scritto nel ricordo bellissimo, che mi ha commosso e di cui ringrazio sentitamente l'autore e tutti voi. Per me Mimmo era quello che con me, Tony Di Eugenio (e il quarto era Edoardo Magliozzi?) si arrampicò dall'esterno fino alla stanza di Misiti, la prima sera.Fu quella sera che lo conobbi e nella mia ingenuità di ragazzo di provincia mi sembrava un tipo strano. Me lo ricordo bene, perché in quel gesto atletico di arrampicata squarciai il cappotto nuovo blu, comprato dalla mamma per il giovane "fuori sede" che ero. Lo squarcio fu poi rammendato, ma quel cappotto non fu mai più lo stesso. Come Iliana Gobbino mi raccontò allora, e mi rha spesso ricordato, Mimmo era quello che con la stessa espressione e disinvoltura che avrebbe avuto in aula 2, entrò nel parlamento della Repubblica con la cravatta annodata sopra t-shirt e sciarpetta. Mimmo era uno che sapeva ascoltare. Quasi tutti un poco sono e un poco sembrano, chi più chi meno. Ma il mio ricordo di Mimmo è diverso, è di uno che sembrava esattamente quello che era. Una cosa ho imparato negli anni a seguire, che sono più di venti ma sono schizzati implacabili, per Mimmo più che per noi. Eravamo tanti e non tutti erano amici di tutti. Ma quel legame che si crea nel dormire fianco a fianco sui banchi dove vai a lezione il giorno dopo, nella follia dualistica, e a posteriori un po' buffa, dell'Ingegneria occupata "senza sospensione della didattica", quel legame lì che nasce nel condividere profondamente idee, ideali, contrasti, scelte, quel legame, puro e disinteressato, è veramente difficile da trovare e anche difficile da rompere. Anche quando tutto, dopo, prende il sopravvento. E per quanto mi riguarda questa è una cosa non da poco, perché vuol dire che le cose pulite durano, almeno dentro di noi. Sarei davvero contento di riabbracciarvi. Davvero.


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Da iliana gobbino iligobbino@yahoo.it
   

Carissimi,

come ha detto Daniele mi ricordo Mimmo con la maglietta e la cravatta quel giorno in Senato davanti alla Commissione Cultura.
In realtà di quel giorno ricordo solo tre cose, la stretta di mano di Ruberti, un senatore con i piedi sul banco e Mimmo, con il codino della sua chioma fluente, con le Superga sporche e rotte e la cravatta.
Per qualcosa di inspiegabile, è una cosa che ho dentro, infatti ancora oggi, talvolta, per le ragioni più svariate, mi capita di raccontare questo episodio, ma esso si riduce alla descrizione della naturalezza con cui Mimmo quel giorno si mise e poi portò la cravatta che gli fecero indossare all'ingresso, come se niente fosse più consono a lui in quel momento.

Non ho capito chi sia l'autore del ricordo di Mimmo, ma per me, almeno adesso, è insostenibile.
Se organizzate qualcosa vi prego di contattarmi, sono a Trieste ma mi piacerà rivedervi.
Un abbraccio a tutti
Iliana


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Da Giovanni Fasano

Caro Francesco,
scusami se rispondo tardi ma volevo farlo con calma e tranquillità. Ho letto le righe che ha scritto Giulio ed in poco più di 10 minuti ho cominciato a staccare lo sguardo dal foglio ed a rincorrere i ricordi. Il collettivo, le manifestazioni, le riunioni nella stanzetta sopra la banca interna a S.Pietro in Vincoli, Misiti che ci dà 10000 lire e ci dice "dai compagni...togliete lo striscione del collettivo che non è bello vederlo da fuori" (Misiti che usa la parola 'compagni' è una chicca storica !!!!).
 
Poi ho ripensato alla mitezza di Domenico, alla sua incapacità ad essere arrogante, alle sue lunghe discussioni con te ed Ezio, dei quale ha sempre apprezzato tanti aspetti e vi ha sempre considerato palpabilmente come un piccolo 'nucleo storico prezioso' a lui vicino.
 
Non sapevo che fosse venuto a mancare, tanto meno in modo così frustrante. Ti ringrazio davvero della finestra che mi hai aperto, mi hai fatto davvero un bel regalo anche se triste. Molto volentieri ho aggiunto la mia email alla lista che trovi in allegato.
 
Per il resto, come hai visto dalla mail sono a Venezia, alla Ca'Foscari, ma vengo spesso a Roma. Spero che tu e la tua famiglia stiate bene, e le cose ti vadano per il meglio.
 
Ti saluto, ti mando un abbraccio che non è solo un attimo ma è frutto di anni di vicinanza.
Spero di vedere presto te e gli altri del CSI - Ing. in Mov.
 
Gianni