https://www.youtube.com/playlist?list=PL4ixa0a_6Ra6OIQbpiLm8MW6X3TmIDtBF
Sono on line i video del Convegno Uomo e i Robot il lavoro nel secolo del
digitale
organizzato da Netleft il 30 maggio 2017
con Sergio Bellucci, Maurizio Acerbo, Nino Galloni, Michele Mezza, Giulio
De Petra, Christian De Nicola, Glauco Benigni, Francesco Tupone, Fabio del
Papa e Amarildo Arzuffi
Cordiali saluti
Ricordiamo che oggi alle ore 16:00 presso il Circolo Giustizia e Libertà di
Via Andrea Doria 79, scala B si terrà il convegno
L'Uomo e i Robot - Il lavoro nell'era del digitale
Intervengono:
Maurizio Acerbo, Sergio Bellucci, Glauco Benigni, Giulio De Petra,
Christian Di Nicola, Stefano Fassina, Nino Galloni, Michele Mezza, Lazzaro
Pappagallo, Stefano Simoncini
ed il pubblico in sala
Si discuterà del rapporto tra reddito e lavoro nell'epoca del POST
CAPITALISMO, e del ruolo delle comunità, dei movimenti e delle
organizzazioni politiche e sindacali nella società investita dalla
rivoluzione digitale
[image: Immagine incorporata 1]
L'associazione NETLEFT è lieta di invitarVi al convegno L'UOMO ed i ROBOT
Martedì 30 maggio, alle ore 16:00, presso il circolo Giustizia e Libertà di
Via Andrea Doria 79, convegno su:
L'UOMO ed i ROBOT
il lavoro nel secolo del digitale
Intervengono:
Maurizio Acerbo, Sergio Bellucci, Glauco Benigni, Giulio De Petra,
Christian Di Nicola, Stefano Fassina, Nino Galloni, Michele Mezza, Lazzaro
Pappagallo, Stefano Simoncini
ed il pubblico in sala
Si discuterà del rapporto tra reddito e lavoro nell'epoca del POST
CAPITALISMO, e del ruolo delle comunità, dei movimenti e delle
organizzazioni politiche e sindacali nella società investita dalla
rivoluzione digitale
E' gradita la presenza di tutte e tutti
[image: Immagine incorporata 1]
Segnaliamo questo interessante contributo di MANUEL ESCUDERO
http://www.dire.it/08-02-2017/104804-la-sinistra-la-rivoluzione-digitale/
La sinistra e la rivoluzione digitale
di MANUEL ESCUDERO
<https://ytali.com/autori/tutti-gli-articoli/manuel-escudero>* per
www.ytali.com
Come dice George Monbiot <http://www.monbiot.com/>, sono ammirato da come i
miliardari si riuniscano a Davos per ponderare saggiamente su che cosa
potrebbe star causando tanti problemi al mondo … Ma, per quanto cinici, i
maestri dell’establishment, pazzi non sono, e alle loro deliberazioni non
sfuggono i fenomeni più importanti che ha di fronte il mondo. Sembra che
quest’anno il tema dell’impatto dell’automazione sul mercato del lavoro
stia emergendo come una delle principali preoccupazioni al centro del World
Economic Forum (WEF).
Se non c’è fumo senza fuoco, sempre più vedremo questo tema al centro di
dibattiti generali, globali e in Spagna. Vale quindi la pena riflettere
sulla posizione della sinistra a proposito della rivoluzione digitale.
*Visioni da sinistra*
Si sente spesso dire a sinistra che la rivoluzione digitale sia un tema
tecnologico, strano ed estraneo all’economia politica, e a cui dare solo un
po’ (molto poco) d’attenzione programmatica. Credo, invece, che la
digitalizzazione dell’economia avrà effetti talmente importanti che è
auspicabile che la sinistra metta il futuro “nelle sua ossa” e agisca di
conseguenza, da subito.
La scarsa attenzione ha a che fare, fondamentalmente, con il calcolo
secondo cui la digitalizzazione avverrà in un futuro indefinito, con poche
conseguenze a breve termine sull’occupazione e con un effetto neutro a
lungo termine perché si continuano a generare altrettanti posti di lavoro,
se non di più, di quelli distrutti.
La tesi della fine del lavoro dovuta alla rivoluzione digitale, quello che
certi chiamano “determinismo tecnologico” – secondo l’argomento di coloro
che non credono in essa -, è in fase di smantellamento sopraffatta da una
mole enorme di evidenze scientifiche. Essi sostengono: se la rivoluzione
tecnologica fosse stata una delle cause più importanti della distruzione di
posti di lavoro negli Stati Uniti, avremmo anche dovuto vedere una notevole
crescita della produttività in quel paese, e non è stato il caso.
*La polemica sul paradosso della produttività*
È indiscutibile che molti studiosi di varie tendenze nelle economie
industrializzate si siano mostrati perplessi perché il rapido ritmo di
innovazione tecnologia digitale non coincide con grandi incrementi di
produttività. È vero che, in tale contesto, si è parlato di “paradosso
della produttività”. Ma va notato che questo è un dibattito di ieri, degli
ultimi due decenni del XX secolo, e su dati degli anni Settanta, il periodo
in cui Robert Solow coniò la sua famosa frase: “Vediamo dappertutto
computer tranne che nelle statistiche di produttività”.
La verità è che questa stagnazione è stata corretta dagli anni Novanta in
poi Infatti, secondo l’US Bureau of Labor Statistics, la crescita della
produttività è stata pari all’1,7 per cento, in media, tra il 1971 e il
1980, e all’1,5 tra il 1981 e il 1990. Ma è salita al 2,3 per cento nel
periodo 1991-2000 e al 2,4 tra il 2001 e il 2010. In precedenza, a cavallo
con il nuovo secolo, secondo le statistiche del Dipartimento del Lavoro
degli Stati Uniti, nel periodo 1995-2004 la produttività è cresciuta il
doppio della media degli ultimi due decenni: se nel periodo 1973-1995 la
produttività è cresciuta dell’1.5 per cento, nel periodo 1995-2004 è
cresciuta del 3,1.
Dovremmo quindi dire che il parlare di stagnazione della produttività come
dimostrazione dello scarso impatto della digitalizzazione economica sulla
distruzione dell’occupazione non è basato su dati empirici significativi.
Tuttavia, sorgono interrogativi che meritano di trovare risposta. In primo
luogo, perché c’è stato un periodo (tra il 1970 e il 1995) in cui la
rivoluzione digitale a mala pena si riflette in aumenti di produttività? In
secondo luogo, sono incrementi di produttività intorno al tre per cento che
ci si possa aspettare dalla rivoluzione digitale? Ciò detto, sono
incrementi che non si discostano molto da quelli che si sono verificati
negli anni Cinquanta o Sessanta del secolo scorso…
Per rispondere brevemente a entrambe le domande, la rappresentazione
grafica che segue può dare risposte molto convincenti. Viene da un libro
che considero fondamentale per affrontare la questione della importanza e
degli effetti della rivoluzione digitale, *The Second Machine Age* di Eric
Brynjolfsson e Anfrew McAfee:
<http://www.dire.it/wp-content/uploads/2017/02/grafico_escudero_afee.png>
In questo grafico, con una linea grigia spessa si evidenziano gli
incrementi di produttività nell’epoca dell’elettrificazione (1890-1940); la
sua scala temporale appare in asse orizzontale superiore. La più sottile
linea nera corrisponde all’evoluzione della produttività nell’era della
digitalizzazione, che si riflette temporalmente nell’asse orizzontale
inferiore tra il 1970 e il 2012.
Richiama l’attenzione, in primo luogo, l’evoluzione molto simile della
produttività nelle due epoche, tanto che le loro traiettorie di
produttività quasi si sovrappongono nel loro sviluppo. È anche evidente in
entrambi i casi che la produttività è cresciuta a poco a poco nel corso dei
primi 25 anni dopo l’introduzione di nuove tecnologie, dopo di che il tasso
di crescita è andato aumentando. Questo perché, come è ben documentato,
stiamo parlando di *General Purpose Technologies*, tecnologie cardine che
per dispiegare il loro sviluppo e acquisire il pieno potenziale hanno
bisogno di diffondersi in tutto il tessuto produttivo e combinarsi con
altri elementi esistenti. Questo spiegherebbe, in modo molto sintetico,
perché nel nostro tempo l’introduzione di nuove tecnologie
(digitalizzazione, microchip e Internet) non ha ottenuto, nei primi
decenni, gli effetti immediati che molti s’aspettavano.
In secondo luogo, si può vedere nel grafico l’evoluzione della produttività
nell’era dell’elettrificazione a partire dal 1930, quando la capacità
trasversale dell’energia elettrica e il suo combinato con il motore a
combustione interna hanno raggiunto l’apice, con un’accelerazione della
produttività. Sembra logico che qualcosa di analogo, dopo percorsi molto
paralleli, avverrà nei prossimi decenni con la digitalizzazione economica.
C’è anzi da aspettarsi un ancora maggiore accelerazione dalla natura
esponenziale della digitalizzazione.
È curioso che gli studi relativi al “paradosso della produttività” si
riferiscano alla digitalizzazione in modo generico (l’impatto dei
computer). Tuttavia, va notato che la digitalizzazione dell’economia
contiene molti fenomeni, e che ora iniziano a combinarsi con straordinaria
rapidità. Lo illustra bene il diagramma seguente del WEF.
<http://www.dire.it/wp-content/uploads/2017/02/grafico_escudero_wef.png>
Le tecnologie di digitalizzazione sono state definite con tre attributi:
esponenziale, trasversale e combinatorio. Lo sviluppo esponenziale è
evidente. A esempio, nel caso dei microchip e specialmente dei personal
computer e dei telefoni intelligenti. La trasversalità, penetrando
praticamente in tutte le attività di produzione e i servizi e trasformando
sempre più settori, è un’altra evidenza per chiunque studi ciò che sta
accadendo nelle telecomunicazioni, nelle banche, nei settori dell’auto,
dell’energia, ecc… E a proposito delle proprietà combinatorie – il che
significa produzione di nuovi prodotti o servizi digitali combinando tra
loro quelli esistenti – esse stanno diventando la norma e questo schema
continuerà nel futuro: l’esempio più importante è l’Internet delle cose che
comincia a combinare tra loro giocattoli, vestiti, accessori, reti di
trasporto, alloggio, ecc… e ora inizia a svilupparsi anche in modo
esponenziale.
*La digitalizzazione dell’economia distrugge più posti di lavoro di quanti
ne crei?*
Affrontato l’argomento del “paradosso della produttività”, andiamo al cuore
dell’obiezione secondo cui le tecnologie digitali non distruggono più posti
di lavoro di quanti siano creati in altri settori dell’economia. Per
rispondere di nuovo brevemente, ecco l’evoluzione della produttività e
dell’occupazione negli ultimi anni negli Stati Uniti.
<http://www.dire.it/wp-content/uploads/2017/02/grafico_escudero_stati_uniti.…>
Ci troveremo di fronte a una grande sorpresa: dall’inizio del 2000 si
produce una mancata corrispondenza tra la crescita della produttività del
lavoro, che continua ad aumentare, e la crescita dell’occupazione, che
ristagna e retrocede – prima della grande recessione.
La sorpresa sarà ancora maggiore se proiettiamo questa serie a ritroso nel
corso degli ultimi duecent’anni. Allora vedremmo che il disaccoppiamento
non è mai stato così accentuato come ora.
La tesi dominante a sinistra, che condivido, è che il modello neoliberista
ha portato alla distruzione del potere organizzato dei lavoratori e, con la
diffusione di salari permanentemente verso il basso, alla riduzione della
massa salariale e del reddito delle classi lavoratrici e, in ultima
analisi, all’emergere del precariato. Ma questa realtà politica, che
contempla un abbassamento della produttività e una crescita del lavoro
precario, non può impedire che la produttività in virtù della
digitalizzazione dell’economia cresca e che l’occupazione sia distrutta
(non lo dicono le statistiche sull’occupazione, ma la popolazione attiva,
che è quello che sta accadendo negli Stati Uniti)
L’unica spiegazione possibile è che entrambe le realtà, il modello
neoliberista e gli effetti della digitalizzazione dell’economia, non si
escludono a vicenda, ma sono fenomeni complementari: Oggi ci stiamo
dirigendo verso una società in cui, al tempo stesso, una parte
significativa dei lavoratori è precaria e un’altra parte importante è di
disoccupati tecnologici.
*Le stime attuali sull’impatto dell’economia digitale sul lavoro salariato*
Vediamo adesso diverse valutazioni degli effetti della digitalizzazione
economica sul lavoro nel futuro immediato.
a) Secondo il rapporto del WEF *The Future of Jobs*
<http://www3.weforum.org/docs/WEF_Future_of_Jobs.pdf>, la cosiddetta Quarta
Rivoluzione Industriale comporterà spostamenti di posti di lavoro in “tutti
i settori e aree geografiche.” Via via che la robotica, le nanotecnologie,
la stampa 3D e la tecnologia automatica inizieranno ad andare a regime,
andranno persi 7,1 milioni di posti di lavoro netti nelle quindici
principali economie sviluppate ed emergenti (tra cui Regno Unito, Stati
Uniti, Giappone, India e Cina) entro il 2020. Secondo il rapporto, la
maggior parte della perdita di posti di lavoro avverrà in campo
amministrativo, nelle funzioni burocratiche e di ufficio. Tuttavia, queste
perdite saranno parzialmente compensate da due milioni di nuovi posti di
lavoro previsti, con una maggiore domanda di analisti di dati e
rappresentanti di vendita specializzati. Gli uomini saranno in proporzione
i più colpiti dall’automazione, con cinque posti di lavoro persi per ogni
posto di lavoro creato. Le donne, invece, possono perdere tre posti di
lavoro per ogni nuovo posto di lavoro creato
b) L’Institute for Public Policy Reasearch (IPPR <http://www.ippr.org/>),
con sede a Londra, ha previsto lo scorso dicembre che il passaggio a una
tecnologia software-driven metterebbe quindici milioni di posti di lavoro
nel Regno Unito – due su tre – “a rischio” nel corso dei prossimi due
decenni. Tra i più colpiti sono i dipendenti nella vendita al dettaglio,
con la perdita prevista di due milioni di posti di lavoro entro il 2030
(sessanta per cento del totale attuale) e nell’industria manifatturiera,
con la perdita prevista di 600.000 posti di lavoro nello stesso periodo.
c) Un rapporto esecutivo del dicembre 2016 pubblicato dalla Casa
Bianca cita l’ormai
famosa ricerca accademica di Carl Frey e Michael Osborne
<http://www.oxfordmartin.ox.ac.uk/downloads/academic/The_Future_of_Employmen…>,
secondo la quale fino al 47 per cento dei posti di lavoro degli Stati Uniti
potrebbe essere a rischio nel corso dei prossimi dieci-vent’anni a causa
dell’intelligenza artificiale e dell’informatizzazione. Tuttavia,
considerando che alcune di queste professioni sono costituite da mansioni
di routine e non di routine, la forbice dei posti di lavoro a rischio è tra
il 9 e il 47 per cento.
Inoltre, si prevede che l’impatto dell’automazione colpirà in misura
sproporzionata i più poveri, ponendo l’automazione a repentaglio, si
stima,l’83 per cento dei posti di lavoro con salario pari o inferiore ai
venti dollari all’ora. Ciò a fronte del 31 per cento di posti di lavoro il
cui stipendio è tra i venti e i quaranta dollari all’ora, e un mero quattro
per cento dei posti di lavoro che rendono più di quaranta dollari all’ora.
In realtà, solo l’un per cento di coloro che sono provvisti di diploma di
laurea lavorano in impieghi le cui mansioni sono “altamente
automatizzabili”, rispetto al 44 per cento dei lavoratori statunitensi
provvisti solo di diploma di scuola superiore.
In conclusione, dovrebbe realizzarsi l’ipotesi più probabile, cioè che già
nel breve periodo inizieremo a sentire le conseguenze della disoccupazione
tecnologica e che l’effetto netto della perdita di posti di lavoro a causa
dell’automazione, andrà aumentando nel corso del tempo.
*L’impatto dell’economia digitale e gli effetti perversi della sua
negazione*
Queste sono riflessioni basate su dati. Tuttavia, peggio che adottare una
posizione sprezzante nei confronti della rivoluzione digitale e suoi
effetti sul lavoro è chiudere le porte a molte questioni cruciali che
dovrebbero far parte dell’agenda della sinistra.
Si è trascurato molte volte il fatto che, diversamente dalla prima
rivoluzione industriale (innescata dalla macchina a vapore) e la seconda
(iniziata con l’elettrificazione), la digitalizzazione dell’economia è
caratterizzata dall’uso di un nuovo input di produzione, l’informazione,
con caratteristiche molto particolari: l’informazione è infinita e vuole
essere libera, perché la sua riproduzione digitale comporta costi
decrescenti che tendono allo zero. Questo pone un nuovo fronte per il
benessere nel futuro. Per alcuni il compito di costruire piattaforme
democratiche dell’informazione è quello principale per la sinistra nel XXI
secolo, con un’importanza paragonabile alla costruzione dello stato sociale
del XX secolo (IPPR).
Ma tornando all’impatto della digitalizzazione sul lavoro salariato, nella
misura in cui l’economia digitale penetra nel tessuto economico, distrugge
la necessità del lavoro salariato nel mercato capitalista. Naturalmente è
una sciocchezza dire che il lavoro scomparirà, perché gli esseri umani
continueranno a lavorare, usando la creatività per produrre valore sociale.
Ma non ha senso negare che l’economia digitale si sviluppa a prescindere da
una quantità crescente di lavoro salariato.
Ma anche nelle società sviluppate importanti cominciano a vedersi segmenti
importanti di cittadini che combinano lavori part-time con nuove forme di
attività socialmente utili, oppure optano per nuove attività che poco hanno
a che fare con il capitalismo: Wikipedia, Creative Commons, il software
libero e le nuove iniziative decentrate di economia della condivisione,
sociale e solidale sono, forse, l’embrione di una diversa modalità di
produzione, alternativa al capitalismo. Questa è una tesi forte che, se
confermata, apre alla possibilità di una transizione verso un nuovo sistema
di produzione: è da qui che si potrebbe individuare parte del nocciolo duro
di un nuovo paradigma della sinistra.
Naturalmente, una delle più grandi sfide per stemperare lo shock e
mantenere l’obiettivo di creare posti di lavoro anche nell’economia
digitale, è la necessità di una rivoluzione copernicana nei sistemi
d’istruzione e, nei paesi che invecchiano come la Spagna, la necessità di
un sistema di formazione permanente.
Infine, solo se concediamo alla digitalizzazione dell’economia il rango di
caratteristica saliente della nuova economia politica del XXI secolo,
possiamo dare senso pieno a richieste politiche di giorno in giorno più
importanti, come la necessità di ridurre l’orario di lavoro, anche sotto le
trenta ore settimanali, o l’istituzione di un salario minimo universale,
che solo in una prospettiva che tenga conto degli effetti dell’economia
digitale può assumere il suo pieno significato.
Ed è in questo senso che io sostengo una forma di salario di cittadinanza
che inizi a plasmarsi strutturalmente nel sistema fiscale, sotto forma di
una imposta negativa sul reddito per coloro il cui reddito è al livello
della soglia di povertà. Una tassazione negativa che può via via avere
l’ambizione di essere generalizzata come una forma di reddito a cui
accedono coloro che non sono più nel mercato capitalista, ma eseguono
mansioni di utilità famigliare, sociale, creativa, per la comunità.
*Relazione presentata al* *Foro de Economía Progresista
<http://foroeconomiaprogresista.blogspot.it/>, 19 gennaio 2017 e pubblicata
da* *CTXT
<http://ctxt.es/es/20170201/Politica/10583/izquierda-internet-digital-fin-de…>*
Netleft augura a tutte e tutti un felice 2017, sperando che l'anno nuovo
porti maggiore consapevolezza per la rinascita di una politica finalmente
utile per la costruzione di un mondo a misura dei suoi abitanti.
Con l'occasione segnaliamo un interessante contributo di Sergio Bellucci su
"lavoro e digitale"
Digital <http://www.sergiobellucci.it/wordpress/2017/01/07/12847/>Labour
<http://www.sergiobellucci.it/wordpress/2017/01/07/12847/> Licenziamenti
per robot fuori dall’industria
<http://www.sergiobellucci.it/wordpress/2017/01/07/12847/>* È
**impensabile** continuare
ad ignorare l’impatto che la robotizzazione e l’Intelligenza artificiale
produrranno nei prossimi anni dentro le nostre società. Lavoro, merci,
relazioni, politica, diritti. Tutto è ridescritto ad una velocità senza
precedenti.*
Come per molte altre svolte produttive degli ultimi 30 anni, molte persone,
molte strutture sindacali, sociali o politiche, si sono concentrate sugli
effetti della trasformazione del lavoro avendo nella propria mente ciò che
queste trasformazioni avrebbero prodotto all’interno della cosiddetta
“fabbrica”. L’effetto delle ricadute – occupazionali, professionali,
retributive – venivano misurate sull’occupazione che, con semplificazione,
veniva detta “operaia”.
Certo la trasformazione della fabbrica, in questi anni, è stata massiccia e
non solo non è ancora terminata, ma rischia di vivere una nuova fase di
accelerazione. La produzione di merci è investita da una nuova rivoluzione
industriale (in Europa chiamata Industria 4.0) che produrrà effetti non
ancora calcolabili dal punto di vista sociale e occupazionale. Il bello è
che gli stati europei corrono a finanziare questa destrutturazione
incontrollata degli assetti produttivi attuali – con le connesse
conseguenze occupazionali – spesso con l’avallo di strutture sindacali che
non hanno compreso, fino in fondo, il senso della partita e si illudono che
questo salto tecnologico sia uguale a quello vissuto a cavallo degli anni
’30-’60 del secolo scorso. Una miopia che pagheremo tutti caramente.
Questa rivoluzione tecnologica, infatti, è strutturalmente diversa dalle
altre, pone questioni diverse e generalizzate. Il passaggio ulteriore che
stiamo vivendo in questi mesi è l’arrivo dei software di intelligenza
artificiale. Questa generazione di software – solo la prima della serie,
quasi una fase “beta”, per dirla in termini informatici – sta già
dispiegando i suoi primi effetti e, per la prima volta, il punto di
partenza sembra non essere la fabbrica, ma i settori di produzione di
servizi.
È in questi ambiti, infatti, che la produzione di algoritmi capaci di
“sussumere” analisi di dati, sviluppare procedure, prendere decisioni o, al
massimo, predisporre tutto per un visto finale “umano”, rischia di
investire molti lavori “impiegatizi”, funzioni professionali. Pensiamo ai
commercialisti e agli avvocati, ad esempio, ma anche a funzionari di banca,
direttori, analisti finaniari, giornalisti e l’elenco sarebbe lunghissimo,
m proveremo a farlo nei prossimi post. Questa nuova forma di organizzazione
produttiva immetterà una distanza siderale tra le forme dell’organizzazione
delle aziende e quelle delle pubbliche amministrazioni, che si presume
resisteranno fortemente alla riorganizzazione attuabile con tale
rivoluzione. Il risultato sarà di trasformare, agli occhi delle persone, la
stessa “funzione pubblica” in una struttura obsoleta.
È di questi giorni la notizia che una assicurazione giapponese la “Fukoku
Mutual Life
<http://www.lastampa.it/2017/01/05/esteri/giappone-assicurazione-licenzia-di…>”,
ha sostituito – licenziandoli – 34 impiegati con un software, calcolando
che questa scelta aumenterà la produttività del 30%, con un risparmio di
140 milioni di yen (11,5 milioni di euro) in soli due anni.
Domandiamoci se è ancora possibile discutere di strategie economiche, di
politiche economiche, di compatibilità delle istituzioni del welfare
(sanità, pensioni, scuola, ecc.) in un mondo che sta per subire uno
“tsunami digitale” che i governanti non comprendono, che i top manager
calcolano solo per le ricadute interne alle mura domestiche, che i
sindacati non vedono o non sanno cosa dire, che le forze politiche ignorano
perché tutte concentrate sugli aspetti “finanziari” della crisi. A nulla
valgono le pubblicazioni di studi che annunciano, per i prossimi 10-15
anni, la cancellazione della metà dei posti di lavoro attualmente esistenti.
Quando vent’anni fa iniziammo, nel Settembre 1996 – Consulta Nazionale
della Comunicazione di Rifondazione Comunista
<http://www.sergiobellucci.it/wordpress/1996/09/28/consulta-nazionale-della-…>
,
a lanciare l’allarme – ma anche le possibili opportunità – la sinistra
sembrò non accorgersi di ciò che stava accadendo. Certo, avessimo iniziato
a mettere in campo conflitti adeguati a ciò che si stava preparando già da
allora, ora staremmo tutti più avanti, avremmo già immesso anticorpi
avanzati e impedito la frattura tra il linguaggio della sinistra e quello
dei ventenni.
Ma oggi? Com’è possibile continuare ad ignorarlo? Restare bloccati negli
schemi consunti e definitivamente sconfitti? Possibile che continui, da tre
decenni, l’incomprensione che la tecnologia digitale è ubiqua, che la nuova
era non riguarda “chi” lavora nei settori tecnologici, ma l’intera umanità?
Che non riguarda il lavoro “nel” digitale, ma il lavoro “con” il digitale?
Questo intendiamo noi con Digital Labour, non l’analisi delle condizioni di
lavoro del comparto tecnologico digitale, ma l’impatto di queste nuove
potenzialità con la condizione generale del lavoro e della forma
dell’umano. Per non subirla, per utilizzarla costruendo una nuova modalità
di vita dell’umanità in questo mondo.
È proprio in un momento come questo che le organizzazioni politiche e
sociali che avevano a riferimento il mondo del lavoro dovrebbero battere un
colpo. Sul piano teorico per comprendere cosa sta accadendo e sul piano
politico per socializzare una lettura di questi processi e indirizzare le
forme del conflitto necessarie ad affrontarli. Serve comprendere
teoricamente <https://www.youtube.com/watch?v=GX7uBW3taFU> la
trasformazione che è in atto, capire i cambiamenti del mondo del lavoro,
avanzare ipotesi in grado di generare nuove forme di conflitto. Serve una
lettura dei fatti che stanno accadendo per dare ai lavoratori, investiti
dai processi, strumenti di racconto, di comprensione, di riorganizzazione.
Bisognerebbe comprendere che, all’interno dello schema “capitale-lavoro”
ereditato dagli ultimi due secoli, c’è solo la possibilità di una società
che mantiene al “lavoro salariato” una minoranza della popolazione e la
restante parte dovrebbe sopravvivere attraverso strumentazioni reddituarie
di tipo sussidiario. Tutto per restare all’interno dello schema
capitale-lavoro esistente. Bisogna smontare l’illusione della “ricorsività
tecnologica” – la sostituzione di nuovi lavori con quelli che vengono
cancellati – per questa rivoluzione tecnologica basata sul digitale, per la
sua qualità, la sua ubiquità, la sua velocità. Bisogna avere il coraggio di
avanzare soluzioni “altre” dall’esistente.
Oggi, infatti, si aprono nuove possibilità. Sfruttando le forme
dell’intelligenza collettiva diffusa e quelle delle tecnologie produttive
digitali di nuova generazione – che il capitale vorrebbe utilizzare
all’interno dello schema industria 4.0 – è possibile pensare a nuove forme
di produzione sociale, extra-mercantili, basate cioè sulla produzione
diretta di “valore d’uso” e non di “scambio”. Una rivoluzione in grado di
puntare sul riuso, sul riciclo, sulla produzione diretta, su fattori di
scambio basati non sulle attuali monete, ma su tecnologie di tipo
“Blockchain”. Una vera e propria possibilità di intravvedere una
“fuoriuscita” controllata dalla forma capitalistica della vita. Noi di Net
Left, da più di un decennio, ci battiamo su questa faglia, poco ascoltati,
spesso ignorati. Ma oggi la strada risulta obbligata.
Le forze tradizionali sembrano, invece, inerti, passive, incapaci di
“comprendere” la portata degli eventi, rimanendo ancorate a forme di
conflitto e di rivendicazione che guardano più al “come eravamo” che al
“come potremmo essere”. Bloccate su discussioni o puramente istituzionali o
sul conflitto interno alla gestione del modello sociale e politico che è
andato in frantumi con la crisi del 2008. Quando va bene occupate a
denunciare i dolori sociali di tale modello. Dolori che le persone
conoscono meglio di chi vorrebbe spiegarglieli.
C’ è necessità di uno scarto, di una mossa del cavallo. C’è la necessità di
una nuova politica che sappia intravvedere le potenzialità aperte dalla
nuova fase e progettare la transizione verso un nuovo modello
economico-sociale. Ma questo non può essere fatto “in continuità”. Su
questo hanno ragione quelli che affermano che la sinistra, le sinistre, nel
vecchio continente, sono all’ultima chiamata.
Ma la sinistra riparte solo se ha una lettura nuova, aggiornata, della
forma del “Lavoro” verso cui sta andando il “Capitale”. Mettendo in campo
nuovi conflitti e nuovi orizzonti. Non invocando ricomposizioni
organizzativistiche tra i residui di quello che fu.
La nuova fase del capitale, quella digitale, ci impone questo terreno ma ci
consente di aprirci a soluzioni inedite e fino a ieri impensabili.
P.S. – Una delle funzioni, forse la principale, della cinematografia e
della pubblicità è quella di costruire il senso di marcia degli eventi,
anticipando, alludendo, abituando i consumatori alla forma dell’ambiente
che vivranno, anche sottolineando le storture e gli svantaggi o addirittura
le malignità delle cose che stanno arrivando. Da anni la cinematografia si
sbizzarrisce sul tema dei robot intelligenti e della loro interazione con
la sfera umana, anche raccontando futuri conflitti di “specie”. La
pubblicità è meno profetica, sempre concentrata a produrre risultati più
ravvicinati, misurabili sulle quote vendite delle singole aziende, dei
singoli prodotti. Ma la trasformazione deve essere proprio incombente se
una struttura che riproduce, nell’immaginario collettivo del paese, la
rappresentazione del pachiderma burocratico-amministrativo italico, come
Poste Italiane, si è lanciata nella distribuzione di uno spot
<https://www.youtube.com/watch?v=ourrfKwMAyU> che punta tutto sul desiderio
di un robot di diventare umano. Digital Labour. I tempi sono proprio maturi!
*Venerdi 30 settembre* ore 17:30
*Camera del Lavoro* | Via Marconi 67/2 Bologna
presentazione del libro
POST CAPITALISMO
una guida al nostro futuro
di *Paul Mason*
sarà presente l’autore
Introducono: *Sergio Bellucci*,
*Roberto Bellofiore*, *Francesco Garibaldo* e* Michele Zacchi*
*Paul Mason* ha il grande merito di portare alla ribalta internazionale i
temi fondanti del movimento per la cultura libera e di *Netleft*: la
profonda trasformazione indotta dal digitale e dall’innovazione tecnologica
nella nostra società, non solo nei processi produttivi e nella
comunicazione, ma nell’essenza stessa del nostro senso, nel nostro modo di
relazionarci con gli altri e di concepire il mondo. Nel libro di Mason sono
divulgati in maniera straordinaria i temi che, soprattutto in Italia, hanno
visto già da oltre 12 anni, una avanzatissima elaborazione politica,
sociale e culturale.
Le tesi portate avanti da Mason sul nuovo capitalismo digitale e le sue
contraddizioni, non solo mettono in guardia da probabili futuri scenari
apocalittici, dove il dominio dell’1% della popolazione sul restante 99%
sostituirà il classico sfruttamento economico del Padrone nei confronti
dell’operaio, ma danno anche speranze ed indicano percorsi di liberazione,
per poter riuscire a trasformare il digitale in opportunità di
emancipazione e di progresso.
E’ nella conoscenza che si sostanziano i nuovi mezzi di produzione, di una
produzione che diventa sempre più immateriale anche laddove le merci
rimangono materiali, diventa quindi un vero snodo la difesa delle libertà
digitali contro l’oppressione della cosiddetta proprietà intellettuale,
ovvero rendere condivisa e diffusa la tecnologia ed il sapere, per poterla
mettere a servizio dell’umanità
Il libro ci invita a considerare superata l’antica contrapposizione
Capitale Lavoro, tra coloro che possedevano i mezzi produzione e coloro che
mettevano in campo la forza lavoro, perché il Capitale del terzo millennio
vuole annientare il potere contrattuale dei lavoratori tramite
l’automazione spinta e la delocalizzazione.
E’ quindi necessario per il 99% della popolazione sperimentare nuove forme
di economia e di relazioni sociali basate sui valori più alti del movimento
della cultura libera, e cioè *condivisione, cooperazione, trasparenza,
autoorganizzazione e solidarietà attiva*, per mettere in atto pratiche di
mutualismo, comunanza e di autoproduzione, non solo nello scambio di idee e
beni immateriali, ma anche nei livelli più alti, finanche nella finanza, è
necessario cioè contrapporre alla forma della “*Produzione del Capitale
senza Lavoro*” una nuova forma di “*Produzione del Lavoro senza Capitale*”.
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“L’agonia del capitalismo è irreversibile. Il prezzo della sua
sopravvivenza è un futuro di caos, oligarchia e nuovi conflitti. La crisi
economica scoppiata nel 2008 si è trasformata in una crisi sociale e infine
in un autentico sconvolgimento dell’ordine mondiale: oggi, questo
capitalismo malato e segnato dal predominio della finanza scarica i costi
della recessione sui più deboli; si dimostra incapace di far fronte alle
minacce del riscaldamento globale, dell’invecchiamento della popolazione e
dell’incontrollato boom demografico nel Sud del mondo; e mette a rischio la
democrazia e la pace. Ma superare il capitalismo è possibile. E mentre fra
la popolazione serpeggia un senso di paura e rassegnazione, dalle
tecnologie informatiche emerge la possibilità di una svolta radicale. La
nuova economia di rete, fondata sulla conoscenza, mina infatti i
presupposti stessi del capitalismo – riducendo la necessità del lavoro e
abbassando sempre più i costi di produzione –, e i beni d’informazione
erodono la capacità del mercato di formare correttamente i prezzi, perché
se il mercato si basa sulla scarsità, l’informazione è invece abbondante.
Nel frattempo, si sta affermando un nuovo modo di produzione collaborativo,
che non risponde ai dettami del profitto e della gerarchia manageriale, ma
ai principi della condivisione, della responsabilità reciproca e della
gratuità.
In questo libro subito protagonista del dibattito internazionale, Paul
Mason ripercorre la storia del capitalismo e dei suoi critici – da Marx in
avanti – e traccia una mappa delle sue attuali contraddizioni, in
particolare fra l’abbondanza di informazioni gratuite e un sistema di
monopoli, banche e governi che cerca di mantenere ogni bene scarso e
commercializzabile. La sua analisi mostra come dalle ceneri del fallimento
economico dell’Occidente sia nata la possibilità di costruire una società
più umana, equa e sostenibile. Ma il capitalismo non può essere abbattuto
dall’alto, a tappe forzate. Spetta a noi farci agente collettivo del
cambiamento storico; abbiamo gli strumenti per riappropriarci del futuro:
il postcapitalismo non è un’utopia.”
*Paul Mason*, giornalista economico, lavora per l’emittente inglese Channel
4. Tra i suoi libri, *Live Working or Die Fighting* (2008), *La fine
dell’età dell’ingordigia* (Bruno Mondadori, 2009) e *Why It’s Kicking Off
Everywhere* (2011).
Abbiamo tradotto in Italiano un interessante contributo di Yanis Varoufakis
(il pezzo originale è nel suo Blog
https://yanisvaroufakis.eu/2016/06/26/financialisation-politics-the-future-…)
che sottoponiamo alla lettura.
Notiamo che ci sono moltissimi elementi in comune con le analisi
dell'associazione Netleft, soprattutto sulla finanziarizzazione e la crisi
del capitalismo, l'impatto dell'innovazione tecnologica nel mondo del
lavoro e nelle forme della produzione, e le risposte che i nuovi movimenti
politici e di lotta possono dare, dal mutualismo alle forme di economia
basate su cooperazione, auto-organizzazione ed auto-produzione.
(Anche se a dire il vero e sinceramente senza immodestia, il suo livello
propositivo, almeno nell'immediato, sembra essere leggermente al di sotto
del nostro)
Ecco i link, il primo è un Google doc:
https://docs.google.com/document/d/1ruatM_tW9etv0y2CdFwYUU0dZsk2rlelydb6bNC…
L'altro è il link all'articolo pubblicato nel nostro sito:
http://netleft.it/news/finanziarizzazione-politica-e-futuro-del-socialismo
Saluti a tutte/i
Ricordo a chi è registrato su Facebook di mettere un "mi piace" alla pagina
di netleft https://m.facebook.com/netleft/
La prossima riunione dell'associazione Netleft, aperta a tutti gli
interessati, si terrà mercoledì prossimo 6 luglio alle ore 20, presso la
terrazza dello spazio di Via Assisi 117.
Visto il caldo e l'orario, l'incontro si terrà in un bellissimo terrazzo
con vista panoramica, accessibile dagli spazi di Via Assisi 117, ed è
previsto l'ordine di pizze da asporto per cenare tutti insieme mentre si
discute della situazione politica e delle iniziative previste nel prossimo
futuro.
E' gradita conferma della presenza, tramite mail a info(a)netleft.eu o
messaggio (di qualsiasi natura) a Sergio Bellucci o al numero 3939111985
saluti
A causa di vari impedimenti segnalati da persone interessate a partecipare,
l'incontro dell'associazione netleft è anticipato alle ore 18:00, sempre
nella data di domani 22-giugno, e si svolgerà nello stesso luogo
precedentemente comunicato: via Assisi 117, Roma.
Ci scusiamo per il disagio eventualmente arrecato.
Saluti