Mercoledì 22 giugno 2016
È convocato un incontro dell'associazione Netleft, aperto a tutti gli
interessati.
Si discuterà della nuova situazione politica, in generale, ed a Roma in
particolare, creatasi dopo i ballottaggi di domenica.
Per permettere una più alta partecipazione l'appuntamento è fissato alle
ore 19:30, nella sede di via Assisi 117, a Roma.
Dal cemento ai bit, per un nuovo welfare delle relazioni
Il documento dell'associazione netleft sul prossimo voto del 19 giugno
La scadenza elettorale di questo giugno dimostra in maniera lampante il
duplice processo che sta investendo la società italiana. Da un lato si
evidenzia la destrutturazione delle forme dei poteri che hanno
caratterizzato le gestioni politiche degli ultimi 20 anni e la riduzione
progressiva della rete di interessi e di tutele che questo sistema ha
garantito a pezzi non secondari della società italiana e, dall’altra,
l’apertura di una frattura sempre più netta ed esplicita tra i soggetti
ancora coperti dalla vecchia rete di garanzie e la massa delle persone
espulse e relegate ai margini.
Questa rottura che sta attraversando sempre più in maniera netta le società
occidentali impone la collocazione in un campo netto per le forze della
trasformazione. Non per semplice collocazione difensiva degli interessi
degli esclusi, ma per collocazione in quel territorio nel quale la
sperimentazione delle nuove forme sia della politica sia delle forme
produttive e sociali, consentono la sperimentazione di nuove e avanzate
forme di ricomposizione sociale e di progettazione di processi di
cambiamento. In questi mesi abbiamo chiamato questa nostra scelta la
Transizione Possibile, la riprogettazione, cioè, di nessi e processi che
siano in grado di sfruttare le potenzialità delle innovazioni tecnologiche
del digitale per costruire nuove modalità produttive, nuove forme di
distribuzione e nuove forme di consumo basate sulle forme delle relazioni,
dei processi di condivisione, di co-operazione, di autogestione. Crediamo,
infatti, che la politica di questo secolo possa dispiegare le potenzialità
di progettazione di nuove economie, di nuovi prodotti, di nuovi bisogni che
rendano compatibile la presenza umana sul nostro pianeta. Noi di Net Left
chiamiamo questa politica il nuovo Welfare delle Relazioni che rappresenti
la costruzione di una presenza umana che sappia rispettare non solo tutti
gli umani, ma sia a garanzia di tutti i viventi e cicli ambientali del
pianeta. Oggi le conoscenze scientifiche e le acquisizioni tecniche
consentirebbero la riduzione dell’impronta umana sui cicli di vita e
ambientali e la politica deve scegliere questo nuovo terreno per dispiegare
la sua attività. Nelle ultime elezioni, in particolare, abbiamo lanciato lo
slogan: “Dal Cemento al Bit” pensando che il modello di vita nelle città
debba passare dal vecchio modello di sviluppo, basato sul consumo del
territorio, sulla speculazione e sulla rendita, ad un modello di
riorganizzazione dei flussi decisionali, delle capacità autorganizzative
delle persone, sulle produzioni leggere e autoprodotte, sul soddisfacimento
di bisogni relazionali e non sul modello di consumo. In altre parole, su un
modello di vita sociale che rompa con le gabbie del vecchio modello
produttivistico.
Per questo non possiamo non intervenire anche in questo turno dei
ballottaggi. In ogni città va fatta la scelta di campo, analizzare chi si
pone da un lato della faglia, in completa continuità con il modello
sociale, economico e produttivo che ha governato questi decenni e chi si
pone sul terreno della sperimentazione di nuove e più avanzate forme di
consapevolezza.
Noi di Net Left non consideriamo le attuali forme e forze politiche
all’altezza delle risposte, ma i luoghi non sono neutri e vanno misurati
per la loro porosità alle novità e alla sperimentazione. Per questo motivo,
in particolare, crediamo che nei ballottaggi a Napoli, Torino e Roma sia
possibile individuare facilmente sia i tratti del continuismo e sia quelli
dei processi innovativi. De Magistris, Raggi e Appendino ognuno con le
proprie caratteristiche, infatti, rappresentano la possibilità di aprire
nelle rispettive città dei laboratori in discontinuità con le gestioni
passate. Per questo motivo crediamo di poter dare, in maniera decisa,
indicazioni per un voto per questi candidati.
Così a tutte e tutti
Ci vediamo giovedì prossimo altre ore 18:30 presso lo spazio di Via Assisi
117
Per discutere della situazione politica e del ruolo di Netleft nei nuovi
scenari che si stanno prefigurando. L'incontro è aperto a tutte/i le/gli
interessate/i
Vi aspettiamo
Saluti
"L'uso che il capitalismo fa del digitale si può arginare, ma dobbiamo
cominciare a produrre una rivoluzione nel nostro modo di pensare"
Intervista a Sergio Bellucci, presidente dell'Associazione Netleft.da
www.controlacrisi.org
*Quali sono le ripercussioni della rivoluzione digitale del XXI secolo
incombenti sull’ assetto sociale e politico europeo?*
Il digitale rappresenta più che una rivoluzione, rappresenta un passaggio
di paradigma. Per alcuni versi è molto più profondo di qualsiasi
cambiamento sociale, culturale ed economico concepibile da un’idea
politica. Dall’altro sembra che possa riproporre una dialettica tra le
classi. Ma di nuova generazione. Oggi se il digitale resta confinato,
egemonizzato dal capitalismo globale e a dimensione planetaria, rischia di
produrre una società suddivisa tra pochissimi ricchi e tantissimi poveri,
tra una piccola parte di sfruttatori e una massa sterminata di sfruttati.
La metafora creata da Occupy Wall Street è la più efficace: l’1% contro il
99% del mondo.
*Quali cambiamenti ha apportato sulla nostra società e sullo scenario
politico?*
È cambiata la forma della socializzazione. Quando cambia la natura e la
modalità con le quali gli umani si scambiano le relazioni, cambia tutto. E
la politica non può restare al palo, pena la propria decadenza, la propria
marginalità, la messa in fuori gioco. Ma non è solo un problema dei
partiti. Anche le istituzioni, le forme codificate tra l’Ottocento e il
Novecento delle nostre democrazie sono investite da nuove domande, da nuove
richieste di partecipazione e di decisione. L’avvento della rete pone, da
tempo, la questione di un rapporto diverso tra l’idea della democrazia
diretta e delle forme della rappresentanza. Lo scrissi nel 1997 nel saggio
sulle forme della politica e l’avvento di Internet quando in Italia
discutemmo della nostra Costituzione e dei Poteri, un importante convegno
del Partito della Rifondazione Comunista.
*Come si sono trasformati il mondo della produzione e del lavoro ?*
Beh molti hanno pensato che la rete, il digitale riguardasse le forme dello
scambio comunicativo, che fossimo nell’ambito della libertà di espressione,
del diritto a comunicare ed essere informati. Ma questi aspetti sono solo
quelli più eclatanti, non quelli “strutturali”. La grande trasformazione
digitale, come accade sempre all’interno delle società capitalistiche,
riguarda il lavoro e la valorizzazione del capitale. Solo che la sinistra
non ha voluto vedere ed è restata ferma agli schemi validi a metà del
secolo scorso. Il risultato è che la sinistra è su un binario morto da un
trentennio e chi si occupa di innovazione è senza la bussola di ciò che
significa socialmente e produttivamente il digitale. Forse è arrivato il
momento per un incontro fecondo. Ma per farlo c’è bisogno di un salto di
qualità.
*Quali sono i nuovi problemi che affiorano per la politica della sinistra?*
Infatti di questo parlo. Da un lato, quello della sinistra, c’è bisogno di
un quadro teorico nuovo e di nuovi gruppi dirigenti che sappiano
comprendere e analizzare le nuove forme del capitalismo digitale e
dall’altro, da parte dei movimenti che si sono poggiati sull’innovazione,
l’abbandono del determinismo tecnologico, dell’illusione che la tecnologia
risolva tutto, che all’interno della tecnologia ci sia la salvezza. Abbiamo
bisogno di un bagno di umiltà da entrambe i lati.
*Lei è stato prima nel Partito Comunista Italiano e poi un importante
dirigente del Partito della Rifondazione Comunista e Presidente del
quotidiano di partito Liberazione. Secondo Lei ha senso di parlare, ancora
oggi, di destra e di sinistra in uno scenario sociale ed economico così
diverso da quello a cui noi tutti eravamo abituati al tempo in cui il Suo
partito lottava contro le ineguaglianze sociali per una nuova forma di
comunismo in liberta'?*
La trasformazione incessante delle nostre società ha cambiato, anzi forse
aggravandole, le questioni di fondo inerenti le diseguaglianze sociali così
come anche inasprendo la lotta già esistente tra i potenti e i deboli, di
chi sta in alto su chi sta in basso, degli sfruttatori sugli sfruttati. Ma
tutto lo scenario che abbiamo davanti è completamente diverso dalle
geografie che abbiamo prodotto con il pensiero dell’800 e del ‘900. Non che
quelle analisi siano tutte da archiviare, ma quello che serve oggi, è
capire quello che è cambiato per adeguare le scelte politiche ad una nuova
situazione economica sociale e politica, il tutto mantenendo salda una
capacità di critica e la linea di ricerca onde saper cambiare tutto quello
che non funziona più, che è diventato o obsoleto o ha perso la “spinta
propulsiva” per dirla con Enrico Berlinguer.
A mio avviso nel ‘900 si sono prodotti tre grandi cambiamenti che gli
occhiali otto-novecenteschi della sinistra hanno avuto difficoltà a vedere
e poi a comprendere. La prima grande trasformazione è stata quella
dell’impatto delle tecnologie digitali nel mondo del lavoro. Il lavoro
investito dalle potenzialità delle tecniche digitali è stato ridescritto
totalmente. Ma non si è liberato. Anzi. Io sostengo che il passaggio che
abbiamo vissuto nell’ultimo ventennio del secolo scorso è stato quello
della evoluzione del processo tayloristico. Per trent’anni, a sinistra,
abbiamo discusso se la fabbrica fosse terminata, finita oppure no. Molti
hanno chiamato queste nostre società post-industriali quando, in realtà, la
nuova forma industriale che si stava generalizzando, in modo ancora più
pervasivo di quanto non avesse fatto quella del periodo fordista,
conquistava anche le forme più relazionali della vita. Io ho chiamato
questa trasformazione, nel mio libro E-Work. Rete, Lavoro, Innovazione, il
passaggio dal taylorismo fordista al taylorismo digitale.
*Può spiegarci che cosa è il taylorismo digitale e se questa nuova forma di
capitalismo presenta dei pericoli per i margini di autonomia di cui godeva
la persona umana prima dell’ avvento di questa nuova forma di capitalismo?*
Il taylorismo digitale è la teoria della nuova forma del taylorismo
conseguente le innovazioni introdotte nella organizzazione del lavoro dalle
tecniche digitali. Il primo cambiamento avvenuto è che le forme del
taylorismo - cioè la parcellizzazione, la cooperazione e il controllo del
ciclo produttivo - vengono portati alle loro estreme conseguenze. Per
quello che è possibile si smaterializzano all’interno del software
diventando così come “neutre”, al punto che il sottostare alle logiche del
processo produttivo appare come un dato naturale. La sottomissione della
persona alle necessità del ciclo produttivo, del sistema macchinico al
quale è sottoposto nella produzione diviene non solo molto più estesa, ma
in qualche modo più “oggettiva”. È come se le persone fossero spinte ad
adeguarsi alle performance richieste dalla produzione ancor più che in
passato, con una riduzione sia di capacità critica sia di possibilità
rivendicativa. Una situazione sicuramente peggiore dal punto di vista
dell’autonomia individuale e umana. La qualità tecnologica del digitale è
diversa da quella di altre tecnologie umane perché interviene sul processo
comunicativo, sul processo di scambio e valutativo dell’informazione. Le
tecnologie digitali sono tecnologie relazionali e mutano le forme delle
relazioni umane, arrivando a ridescrivere addirittura le forme delle
strutture cognitive degli individui. Per dirla con un’affermazione, le
forme dei processi sociali di relazione (tra gli individui e i gruppi) e le
forme dei processi produttivi (a prescindere dalle vecchie divisioni della
prima era industriale pre-digitale) tendono a coincidere. Man mano che il
digitale si estende nella sua presenza nel corpo della società, le forme
sociali e le forme produttive divengono sempre più simili. Diciamo che il
lavoratore di oggi non vive la percezione del processo di alienazione come
accadeva in passato. Prima la differenza tra le 8 ore in fabbrica e le 8
ore di vita era totale. Oggi la forma del lavoro e quella del tempo libero
tende a coincidere. Si producono e controllano le relazioni con i nostri
amici esattamente come si produce e si controlla la macchina che produce o
il servizio che si genera. Tutto passa per un device che ci interfaccia con
la cosa che dobbiamo fare, la relazione che dobbiamo curare. Si tratta di
un processo che ha mantenuto, anzi esteso, il controllo del potere
preesistente. Il punto di comando che dirigeva i processi politici e
sociali si è rafforzato.
*Il taylorismo digitale ha quindi prodotto un arretramento delle condizioni
lavorative?*
Il taylorismo digitale oltre ad essere più pervasivo di quello esistente
nella fase meccanica, ha indebolito le strutture difensive che il movimento
operaio si era conquistato con lotte faticose. Con una risposta breve
potrei dire solo, si. Ma in realtà le cose non stanno semplicemente così. I
processi, per fortuna o per sfortuna, sono sempre più complessi. Da un lato
si è diffusa una vulgata, anche a sinistra, che afferma che la fase che
stiamo vivendo sia un semplice “arretramento” rispetto alle conquiste del
secolo scorso. Ma non è così. La storia non torna mai indietro, anche
quando le sconfitte segnano dei punti di non ritorno. Lo sfruttamento
dell’era digitale non è quello dell’era meccanica. Può essere anche più
pervasivo e totalizzante, e necessita di una critica e di un conflitto di
nuova generazione, ma apre a potenzialità nuove sia di conflitto di tipo
classico, sia in forme di riorganizzazione della vita, della produzione,
delle relazioni che nel secolo scorso potevamo tenere nella sfera
dell’utopia. Ma per fare questo c’è bisogno di saper guardare oltre quello
che immaginavamo ieri. Chi pensa di riproporre gli schemi che hanno
funzionato un secolo fa è come se, all’inizio del ‘900, qualcuno avesse
proposto un processo di liberazione e modalità di conflitto utili nell’era
dello schiavismo. Era nel giusto, dal punto di vista del principio, ma
totalmente fuori tempo massimo per i processi che il capitalismo aveva
generato.
*Lei ha parlato prima di tre trasformazioni… Che cosa intende al
riguardo?*Quella
del lavoro e del taylorismo digitale (che tra l’altro sta evolvendo
velocemente verso esiti ancora più alti di innovazione dei processi di
organizzazione del lavoro) è solo la trasformazione socialmente più
rilevante. Gramsci, nelle pagine dedicate ad Americanismo e Fordismo,
affermava che il fordismo forgiava l’uomo di cui aveva bisogno. Con quelle
parole ci annunciava una verità sempre più fondamentale per le forze che si
propongono delle trasformazioni politiche consapevoli e profonde. Gramsci
ci diceva che il processo produttivo forgia l’umanità di cui ha bisogno.
Produce una cultura, un ambiente, una società atta a “sopportare” lo schema
della produzione imperante in quella fase. Ma in quella fase la differenza
tra lo schema delle ore di lavoro e quello delle ore della socialità era
ancora diverso. Il digitale sta producendo un “ambiente unico”, uno schema
totale. Nuove forme di lavoro che non esistevano in precedenza e che la
sinistra e in particolare gli economisti della sinistra, non riescono né a
vedere né ad inserire nei loro schemi del ‘900. Penso ad esempio a quello
che io chiamo il Lavoro Implicito e di cui ho parlato sempre nel mio
E-Work. Insomma la trasformazione non è puntuale ma sistemica. Ho chiamato
questo schema che sta emergendo come il processo di “terraformattazione
capitalistica” del pianeta. E per questo serve uno schema “complesso”…
Ho preso al riguardo in prestito un neologismo dagli scienziati spaziali.
Gli scienziati che si occupano dei viaggi spaziali e della possibilità di
vivere su altri pianeti, infatti, hanno coniato questo termine per indicare
tutte le cose che vanno compiute per trasformare l’ambiente di un pianeta
per renderlo abitabile dall’uomo. È quello che stanno pensando di fare con
Marte…
*E quindi il capitalismo starebbe facendo una cosa analoga con la Terra?*
Quello che è in atto è proprio un processo di produzione di un ambiente
“totale” all’interno del quale l’uomo deve vivere. Tutto quello che non è
all’interno del processo di valorizzazione del capitale semplicemente… non
serve, diviene uno scarto. E paradossalmente questo coincide sempre più con
il processo di digitalizzazione del mondo. Tutto quello che non può essere
digitalizzato è uno scarto perché sfugge al processo di totale controllo
che si sta generalizzando nel mondo.
*Perché pensa che si stia lavorando alle Smart Cities?*
Perché serve estendere il controllo dei processi di scambio che avvengono,
istante per instante, nelle e fra le vite delle persone. Solo così sarà
possibile continuare a valorizzare il capitale circolante. Tutto ciò che
non è matematizzabile diviene un orpello, un peso, uno scarto. Ma questo
attiene alla seconda novità del capitalismo di questo secolo.
*Cioè, la seconda delle tre novità di cui hai parlato in precedenza?*
Esatto. È il punto estremo della novità, quello sul quale il capitale sta
lavorando in questi anni. Tutto è iniziato con la possibilità di
smaterializzare il ciclo produttivo e introdurre una nuova forma di merce,
quella immateriale.
*Merce immateriale, è quello di cui Lei ha parlato nel libro Lo spettro del
Capitale. Per una critica dell’economia della conoscenza?*
Non solo merce immateriale. Con essa, infatti, si è prodotto un ciclo
produttivo totalmente nuovo, il ciclo immateriale. La prima grande
applicazione di tale processo è proprio la smaterializzazione della moneta.
Il capitale finanziario, quando ha incontrato il digitale, si è
trasformato, si può dire che è diventato adulto ed esteso la sua potenza
sul mondo. Ma ciò che è pervasivo ancor di più è la logica sottostante, la
logica che ha abilitato la trasformazione della finanza. Questa logica,
infatti, riesce ad innervare tutti i processi ed estendersi al resto della
vita. Appunto “terraformattando” il pianeta.
Il ciclo legato alle potenzialità del digitale è un ciclo che può avere
bisogno di un supporto fisico sempre più marginale. La moneta è addirittura
arrivata ad avere smaterializzato oltre il 90% della sua forma esistente.
Ma il ciclo immateriale riguarda flussi di comunicazione destinati agli
umani, flussi di informazione necessari alla produzione di altre merci
materiali o immateriali che siano.
Paradossalmente tutto diviene merce e tutta la nostra vita diviene lavoro.
Anche quando le persone non ne sono consapevoli. Appunto come accade con il
lavoro implicito. Ogni nostro atto nell’ambito della vita inserita nell’era
digitale diviene un atto di produzione di informazioni e, quindi, di un
valore sul mercato digitale. Il mondo dei Big Data, l’estrazione di
informazioni sui nostri comportamenti, di vita, di consumo, di lavoro, è
uno dei grandi business che cresce ogni anno a due cifre. I sindacati
dovrebbero interrogarsi su come è cambiato il lavoro e provare a produrre
conflitti di nuova generazione altrimenti rischiano una sconfitta
strategica.
*La produzione immateriale cambia lo scenario del lavoro, quindi?*
Il digitale sta abilitando un mondo diverso dal precedente. Il passaggio è
un passaggio di paradigma. Molto più di una semplice “rivoluzione”. Ma
tutto questo si intreccia con una novità ulteriore. Nel ‘900, proprio
durante la grande crisi del ’29, si forgiò una novità che ha innervato
tutto il secolo e che rappresenta una novità storica impressionante. In
quegli anni, negli USA, nacque quella che io chiamo l’Industria di Senso.
L’industria che lavora nella produzione del “senso della vita”, la modalità
con la quale noi percepiamo “naturale” vivere con lo schema del modello di
consumo che troviamo nei supermarket di tutto il mondo.
*Quindi il cerchio si sta chiudendo?*
Dipende dalle forze che vogliono continuare a puntare sull’uomo. Non tutto,
infatti, può essere programmato. Vorrebbero che fosse così. Ma non lo è. Ci
sono individui e forze che si stanno schierando, dopo svariati decenni di
accecamento, su trincee nuove.
*A chi pensa al riguardo?*
Alla Chiesa di Papa Francesco, ad esempio. Ma non solo. Ci sono fenomeni
che stanno girando in positivo quello che il digitale comporta. Le logiche
del web 2.0, ad esempio, sono logiche che poggiano su alcuni assi storici
della cultura della sinistra: condivisione, cooperazione, consapevolezza,
creatività, collaborazione, autogestione sono a fondamento del digitale
2.0, ma sono parole e pratiche antiche della cultura della sinistra e
germoglieranno presto in forme nuove della politica e delle nuove forme di
rivendicazione.
*La sinistra deve cambiare le forme della propria lotta?*
Andremo al di là della semplice “rivendicazione” di spazi e diritti ad un
potere che rimane inamovibile e centrale. Stiamo andando verso forme nuove
di appropriazione di spazi di vita che possono uscire dallo schema classico
del capitalismo, quello della produzione di valore di scambio, cioè di
merci. Stiamo entrando in un’era della vita in cui le tecnologie e le
pratiche sociali che si stanno diffondendo, aprono alla possibilità di
produzione diretta di valore d’uso. Una vera e propria realizzazione
diretta di nuove forme di produzione, di scambio, di dono, di consumo, di
relazione. E così via. Questa è la forma della Rivoluzione del XXI secolo.
*Bellucci la socialdemocrazia non ce la fa’ a tener fede ai suoi principi
di eguaglianza nel capitalismo. Secondo Lei i partiti della sinistra
europea hanno trovato un nuovo pensiero politico adeguato a fare fronte
alle necessità impellenti dovute agli inasprimenti sociali causati dalla
rivoluzione tecnologica e quindi a riempire i vuoti lasciati da una
politica socialdemocratica considerata da molti oramai obsoleta?*
La socialdemocrazia nasce con la consapevolezza che all’interno dello
schema capitalistico non possa prodursi il processo di liberazione e di
consapevolezza dell’uomo. Per questo è nata e questa esigenza non è stata
cancellata dal periodo d’oro del Welfare State. Certo, per quel periodo
transitorio della storia del ‘900 è sembrato che fosse possibile una
“sintonia di intenti” tra capitale e movimenti socialisti, almeno nel
ristretto novero dei paesi europei. Al di fuori di tale perimetro mi sembra
che il successo del modello sia stato scarso o addirittura nullo. Ora anche
all’interno dei confini europei quel compromesso mostra la corda, non
riesce né a distribuire ricchezza attraverso il lavoro e il welfare, né a
garantire la percezione di un senso di marcia sociale della storia umana.
Sembra aver smarrito, nella semplice opera di gestione amministrativa, il
senso della propria funzione. Quindi ha perso l’anima, la forza derivante
dall’interpretazione di bisogno di trasformazione radicale del mondo. Ma
intorno alle novità che si schiudono all’interno delle innovazioni prodotte
dal capitale, riemergono nuove esigenze, nuovi bisogni, nuove pratiche. La
politica rinasce sulle contraddizioni nuove, necessita delle analisi
adeguate a comprendere le innovazioni economico-sociali e di un gruppo
dirigente in grado di socializzare queste nuove acquisizioni. In Europa,
alla sinistra, serve un processo di questo livello. E questa necessità può
oggi prefigurare un superamento delle divisioni otto-novecentesche della
sinistra. Serve un nuovo inizio, ma non partiamo da zero. Molte analisi,
molta sperimentazione sociale, qualche tentativo di esperimento sul piano
politico. Insomma qualcosa si muove, ma troppo lentamente. Occorre estrarre
intelligenza organizzativa di nuova generazione dai processi in atto. Un
po’ come fece il movimento operaio nell’ottocento fino alla nascita della
nuova forma organizzativa che prese il nome di partito. A quel tempo
impiegammo qualche decennio, ora speriamo di metterci meno tempo…
*Secondo Lei dopo la caduta del socialismo reale di stampo sovietico si è
voluto dare spazio ad una altra forma di comunismo, per esempio al famoso
eurocomunismo creato da Enrico Berlinguer?*
Una parte dei partiti comunisti europei negli anni ’70 del secolo scorso
compresero che il modello sovietico non era in grado di rappresentare un
modello politico, economico e sociale per l’Europa e forse per il mondo
intero. Ricordiamoci, infatti, che la proposta arrivò a contagiare partiti
comunisti fino al Giappone. Ma il modello dell’Eurocomunismo cadde prima
del crollo del muro. La necessità era stata individuata ma la ricetta non
riuscì a mettere le radici per molte ragioni. Alcune erano legate alle
novità del mercato capitalistico che stavano arrivando; penso, ad esempio,
all’arrivo in Europa dell’industria di senso a partire dal 1980 con
l’arrivo della televisione commerciale prima in Italia, poi in Francia e
poi nel resto dell’Europa. Altre, alle sconfitte del movimento operaio di
quella fase, penso alla marcia dei 40.000 della Fiat in Italia e alla lotta
dei minatori in Gran Bretagna. Il resto lo stava facendo lo scontro
politico nei vari paesi ove le forze conservatrici stavano poggiando sulla
rinnovata funzione della finanza che le tecnologie digitali stavano facendo
diventare non solo globali, ma automatiche e in tempo reale. In altre
parole, l’esigenza di coniugare democrazia politica e democrazia economica,
di costruire una società politica, fondata sui partiti ma permeabile dalle
istanze della società, una società ove i diritti sociali e civili avrebbero
potuto poggiare uno sull’altro per aumentare il grado di libertà
dell’individuo ma non a scapito della collettività, una proposta, per dirla
con uno schema tutto politico, ove democrazia e socialismo potessero
incontrarsi nella possibilità di forgiare un uomo consapevole e sociale,
questa essenza dell’eurocomunismo si andò ad infrangere sulle nuove
dinamiche del capitalismo che stava mutando e sulla cecità dei vecchi
regimi sovietici. Gorbaciov arrivò troppo tardi e troppo debole per poter
giocare di sponda con questa proposta innovativa. Enrico Berlinguer era già
morto e l’Eurocomunismo era stato archiviato, di fatto, dal Partito
Comunista Francese.
*Ci può spiegare che cosa significava allora l’ Eurocomunismo? Tale forma
di comunismo potrebbe essere attuabile ora in Europa e se sì con quali
conseguenze a livello della politica mondiale?*
L’Eurocomunismo era il tentativo di rileggere il conflitto tra movimento
operaio e capitale alla luce delle acquisizioni che si stavano conquistando
nei modelli sociali ove esisteva il welfare state. Fu importantissimo
perché apriva alla consapevolezza che non si inseguiva un modello
precostituito, schematicamente assunto. Oggi quella fase è superata e non è
riproponibile. Le nostre società sono diverse da quelle degli anni ’70 del
secolo scorso. La composizione delle classi è diversa, le forme della
politica sono mutate. Il capitalismo finanziario ha imposte forme
produttive e luoghi decisionali che prima non esistevano. Le forme del
potere sovranazionale e, spesso, totalmente a-democratiche, hanno un ruolo
preponderante rispetto ai parlamenti e alle istituzioni del secolo scorso.
Ma le motivazioni della proposta, l’idea di una società a dimensione più
umana, rimangono inalterate. E la proposta di costruire una politica capace
di trasformare il mondo e portarlo al di là dei limiti del capitalismo e di
farlo con un processo democratico, con la costruzione del consenso, sono
ancora tutte valide. Io chiamo questa necessità la “transizione possibile”.
Ecco, andare oltre i limiti del capitalismo, oltre la sua inefficienza,
oltre le sue diseguaglianze, oltre la rapina delle risorse che stanno
mettendo in ginocchio i cicli di riproduzione naturale, oltre l’idea che il
mondo sia pensabile e gestibile come una fabbrica, con le sue logiche
produttive, oltre l’idea che il regno animale e vegetale siano due comparti
di quell’unica grande corporation in mano all’umano capitalista.
Un’esigenza ancora oggi presente, anzi ancora più incessante di trent’anni
or sono.
*Quali cambiamenti nella politica interna ed economica, quindi,
apporterebbe oggi? Cosa significa la transizione possibile?*
Credo che il primo passo sia quello di superare le etichette che hanno
diviso le forze del mondo del lavoro nel ‘900. Socialiste, comuniste,
socialdemocratiche, sono etichette che non dicono più molto agli individui
di oggi e, spesso, quello che dicono sono cose che non aiutano chi vuole
continuare la lotta per la liberazione e la consapevolezza umana. Abbiamo
bisogno di organizzare la politica che serve al mondo del lavoro di domani,
quello che dovrà affrontare la battaglia dei processi di robotizzazione
generalizzata, di cancellazione di una miriade di lavori classici. Dobbiamo
sapere che il tema di oggi è sapere se la ricchezza prodotta dall’intero
apparato produttivo mondiale dovrà essere redistribuito attraverso il
lavoro oppure no. Nel primo caso ci apriremo ad una nuova fase
interessantissima di liberazione, anche per le nuove forme di lavoro e di
produzione possibili, nel secondo caso avremo una società suddivisa tra un
numero ristretto di lavoratori con scarse tutele e bassi salari, una fetta
altrettanto grande di lavoratori precari senza tutele e una fetta estesa di
persone che saranno stabilmente fuori dal ciclo produttivo a cui spetterà
un salario di sopravvivenza. È questa la strada che l’Europa ha intrapreso.
E poi ci si lamenta che le persone sono relegate ai margini, hanno riflussi
di destra, si allontanano dalle lotte per i diritti e si scagliano contro i
migranti. È il modello introdotto dalla normativa Bolkestein.
Noi abbiamo bisogno di una politica che sappia guardare al domani con una
proposta radicalmente nuova. In primo luogo la sinistra di questo secolo
non può essere semplicemente “rivendicativa”. Lasciare, cioè, il compito di
guidare i processi di innovazione al capitale – sempre più, tra l’altro,
basandosi sulla economia condivisione, cioè sull’apporto diffuso della
socialità – e limitarsi a rivendicare diritti e redistribuzione della
ricchezza mettendoci ai margini del processo. La sinistra di questo secolo
sarà una sinistra capace di costruire proprie forme di produzione, di
decisione, di socializzazione da contrapporre alla produzione di merci.
Produzione di valore d’uso contro la produzione di valore di scambio. Nel
fare questo sarà possibile e necessario demercificare la forma della vita
umana. Non misureremo le nostre società su parametri come il PIL. Attività
come il riuso, il risparmio, la rigenerazione, la riduzione delle merci
saranno attività sociali che saranno retribuibili con monete sociali di
diversa circolazione, sul modello delle blockchain su cui ci si è basati
per le monete come i bitcoin. Potremmo reingegnerizzare le forme sociali
basandoci sulle potenzialità della rete, soddisfacendo bisogni sempre più
immateriali, riducendo l’impronta umana sul pianeta e riducendo lo spazio
della vecchia forma della produzione dell’era capitalistica. Consumeremo il
possibile a Km0, produrremo molte delle merci necessarie in spazi sociali
che abbiano strumentazioni 3D e quelle che non potremmo produrre saranno
scambiate attraverso le forme della condivisione con altri luoghi che
baseranno lo scambio sempre più senza le transizioni classiche. Siamo noi
che non avremo più bisogno del capitale, non lui delle persone. Questa è la
transizione possibile. Il ripensare le nostre società dalle fondamenta.
Oggi è possibile e realizzabile perché c’è una nuova generazione in campo
che è veloce, digitale e pronta ad un cambiamento di paradigma che la
vecchia politica stenta a comprendere. Marx pensava ad un futuro poggiato
sui liberi produttori associati. Beh anch’io penso che questo sia il
destino che abbiamo davanti. Le innovazioni che necessitano per arrivare a
quel livello di libertà ora possiamo intravvederle. 30 anni fa era
impossibile. In quel tipo di società posso calare la più bella visione del
comunismo di Marx quando, nei manoscritti economico-filosofici del ’44, ci
fa comprendere come il comunismo sia per lui l’educazione dei 5 sensi. Cioè
una società in cui la consapevolezza del singolo sia integrale.
*Come cambierebbe la politica economica europea se noi guardiamo alle crisi
dei paesi del sud dell’ Europa e ai tentativi della banca centrale europea
di far uscire l’Europa dalla deflazione e reintrodurre di nuovo l’
inflazione?*
L’illusione della politica è che questa crisi possa essere superata
attraverso il governo della moneta. Anni di ricette liberiste hanno prima
creato le premesse della grande crisi del 2008 e poi ridotto i livelli di
welfare in Europa senza significative redistribuzioni di ricchezza nei vari
Sud del mondo. Anzi, la disperazione sembra essere aumentata. Alla crisi
strutturale, l’incapacità di tornare a produrre ricchezza da redistribuire
in maniera sistemica, si è risposto con l’illusione che ci si possa salvare
da soli. In Europa le politiche della Germania hanno ipotizzato la
possibilità di divenire l’unico vero paese industriale del continente,
senza fare i conti che indebolendo le economie degli altri paesi europei la
debolezza strutturale della domanda interna nazionale ed europea avrebbe
garantito solo alcuni anni di benessere, ma a scapito di un peggioramento
sociale e politico di tutta l’area Euro con le conseguenti ricadute
politiche ed economiche nel medio periodo. Un quadro che si sta
consolidando ad una velocità crescente. L’Inghilterra pensa ad uno
sganciamento dal quadro europeo con la stessa miopia e le politiche
monetarie della BCE non sono riuscite a invertire il quadro deflattivo e
quello di crisi dei paesi dell’Europa mediterranea. Senza la ripresa di un
po’ di inflazione arriveremo alla fine del mandato di Draghi con una nuova
sterzata monetarista che aggraverà molto il quadro della situazione. Il
presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha anticipato, in un recente
viaggio in Italia, la linea del dopo Draghi: fine del sostegno ai debiti
pubblici da parte della Banca Centrale Europea e ripristino delle semplici
regole liberiste della concorrenza. Una nuova illusione di garantire un
periodo di ripresa all’economia tedesca sganciata dai destini degli altri
paesi europei. Ma è lo stesso che l’Europa nel suo complesso sta facendo
verso il Medio-Oriente e l’Africa. Non c’è salvezza se non attraverso la
collaborazione e la pace. E non è possibile garantire un futuro solo al
proprio paese. È una visione, oltre che sbagliata sul piano etico-morale,
miope e inefficace dal punto di vista di garantire una vera fuoriuscita
dalla malattia che sta corrodendo il tronco sul quale siamo tutti poggiati.
Nell’isolamento nazionale e nella politica monetarista non è possibile
invertire o uscire dall’ attuale crisi strutturale e sistemica.
La sinistra, in primo luogo quella europea, deve sganciarsi da questa
illusione. Servirebbe un grande incontro, una grande assise per rilanciare
una prospettiva diversa e superare le fratture in avanti. La crisi
sistemica è un intreccio della crisi monetaria e finanziaria, del grande
cambiamento introdotto dalle trasformazioni che il digitale sta producendo
e, per complicare ancor di più il quadro, tutto il fare umano deve fare i
conti con le compatibilità che l’astronave Terra ci ha segnalato. L’accordo
COP21 di Parigi ancora non si è integrato con le scelte di politica
quotidiana. Esattamente come la trasformazione introdotta dal digitale. La
politica continua a parlare solo di moneta e finanza e delle sue
compatibilità. Una visione miope e incapace di indicare una via e scaldare
i cuori. Per questo serve una “transizione”…
*L’esperienza politica in Italia che cosa le ha insegnato tenendo conto che
Lei ha una visione dal di dentro della sinistra italiana? Che cosa e’
necessario che cambi acche’ una politica di sinistra in Italia possa venire
attuata giacche’ il partito democratico non risponde alle esigenze di un
partito vero di sinistra?*
La crisi che investe la sinistra in Italia è una crisi profonda, una crisi
che deriva, in qualche misura, proprio dalla forza che essa ha avuto nella
storia dell’Italia repubblicana. Le strutture che ancora sono in piedi, e
sono ancora molte e sufficientemente forti, tendono a comportamenti
inerziali, a proseguire sulla stessa strada. Invece abbiamo bisogno di
grandi novità, di nuove analisi, di nuove pratiche. Qualcosa si sta
muovendo. Il processo che si è aperto per la costruzione di un nuovo
partito, Sinistra Italiana, sta provando a raccogliere le forze disponibili
ad una partenza di nuovo tipo. A Febbraio abbiamo tenuto una grande
assemblea nazionale delle persone, delle associazioni, delle forze
politiche che fanno riferimento alla sinistra. L’abbiamo chiamata Sinistra
Italiana che ha un acronimo che in Italia suono bene SI. Abbiamo provato a
innovare sia nelle forme della convocazione, sia in quelle della
discussione, della individuazione di un punto di coordinamento e ha
adottato una piattaforma digitale per la militanza. Certo c’è bisogno di un
grande sforzo, ma qualche tassello si inizia a vedere. Come in altre parti
d’Europa. Penso al dialogo tra Podemos e la sinistra tradizionale in
Spagna, ad esempio. Penso alle novità del Labour inglese diretto da Jeremy
Corbyn o del confronto nelle primarie USA tra la linea della Clinton e
quella di Bernie Sanders. Penso al nostro tentativo di Sinistra Italiana,
ma anche a quello di personaggi come Varoufakis. Insomma, qualcosa si
muove, ma ancora troppo lentamente e soprattutto troppo spezzettato. Manca
non tanto lo sforzo di una ricerca, ma una visione complessa e innovativa
che sappia essere inclusiva delle diversità, ma salda nella radicalità
della ricerca.
*Quali ripercussioni avrebbe una svolta a sinistra italiana anche per gli
altri stati europei?*
Credo che per la storia della sinistra italiana, per le radici sociali
profonde che ancora esistono, per il ruolo che il nostro paese può tornare
a svolgere, non solo sul piano della elaborazione ma anche su quello della
proposta e delle alleanze, la costruzione di una Sinistra Italiana forte
possa determinare anche un rilancio della stessa ipotesi europea. Negli
anni ’70 dal PCI venne avanti la proposta dell’Eurocomunismo che cambiò la
storia della sinistra in Europa. Chissà che non sia proprio dalla attuale
crisi della sinistra italiana che emerga una proposta di una transizione
per le società europee. La transizione possibile…
*Postcapitalismo*
*di Marco Todarello*
Il capitalismo ha i giorni contati, ma per ragioni diverse da quelle
esposte da Karl Marx e da chi lo ha seguito. La società dell’informazione
ha in sé gli strumenti per rompere col passato e aprire una nuova fase
della storia economica, il Postcapitalismo, come argomenta il giornalista
economico britannico Paul Mason (nella foto sopra) nel libro omonimo (Il
Saggiatore, 2016). Non è un nostalgico, Mason, e nemmeno un marxista
ortodosso, ma è bravo a tracciare una mappa delle nuove contraddizioni del
capitalismo di oggi. La prima, sostiene, è quella tra la possibilità di
avere beni e informazioni gratuiti in abbondanza e l’esistenza di un
sistema di monopoli, banche e governi che cerca di mantenere ogni cosa
privata, scarsa e commercializzabile. Ed è proprio questa tensione tra
illimitatezza della conoscenza e limitatezza della proprietà la
fondamentale contraddizione del capitalismo del XXI° secolo, e che la
rivoluzione digitale ha messo a nudo.
Le tecnologie informatiche, unite all’ampia disponibilità di informazioni,
stanno quindi aprendo la strada a un nuovo possibile mondo che non
risponderà ai dettami del profitto e della gerarchia manageriale, ma ai
principi di condivisione, responsabilità e gratuità.
Una tesi che presta il fianco a molte critiche, non ultime quelle dei
contestatori della “democrazia digitale” alla Evgenij Morozov, ma che Mason
sviluppa in un lavoro molto ampio e che parte da lontano.
IL GIORNALISTA MUOVE I SUOI PASSI PROPRIO DA MARX, MA NON DAL FAMOSO
CAPITALE, BENSÌ DA UN TESTO POCO CONOSCIUTO COME IL FRAMMENTO DELLE
MACCHINE, NEL QUALE IL FILOSOFO TEDESCO ARGOMENTA CHE UN CAPITALISMO BASATO
SULLA CONOSCENZA CREA UNA CONTRADDIZIONE TRA FORZE PRODUTTIVE E RELAZIONI
SOCIALI, DA DOVE SCATURISCONO LE «CONDIZIONI MATERIALI PER FARE SALTARE IN
ARIA QUESTA BASE».
Un siffatto tipo di capitalismo tenderà a sviluppare la forza intellettuale
del lavoratore, tenderà a ridurre l’orario di lavoro e lascerà ai
dipendenti il tempo di sviluppare talenti artistici e e scientifici al di
fuori del lavoro, elemento che diventa fondamentale per il modello
economico stesso.
Questa, in fondo, è la tesi del libro, e questo è il tempo per la
realizzazione della “profezia”, spiega Mason.
Ripercorre a ritroso la storia del socialismo e non solo («l’uomo del
Postcapitalismo sarà nuovo come quello di Shakespeare, capace di anteporre
l’amore al dovere e per il quale vale la pena morire per valori come verità
e giustizia, molto di più che per gerarchia e onore»), e non per ripetere
il già detto, ma per utilizzare alcuni di quelle tesi alla luce delle
trasformazioni di oggi: c’è Rosa Luxembourg, Lenin, gli operai della Fiat
alle prese con le occupazioni negli anni ‘60 e anche Toni Negri, il quale
«intuì già negli anni ’70 che la fabbrica non era più il posto adatto per
le lotte sociali, oggi quella previsione si è verificata».
«Un’economia basata sull’informazione, con la sua tendenza a generare
prodotti a costo zero e diritti di proprietà deboli, non può essere
un’economia capitalista», scrive Mason, e non a caso cita Wikipedia come il
principale esempio di questa tendenza storica: realizzato gratuitamente da
27.000 volontari ha cancellato il settore delle enciclopedie, privando
l’industria pubblicitaria di 3 miliardi annui di introiti.
Mason sottolinea come dentro e intorno ai sistemi di mercato, negli ultimi
dieci anni, sia nata una vita economica parallela, una vera rivoluzione a
proposito della quale nessuno si sta chiedendo cosa significhi davvero per
il capitalismo.
Nuove forme di proprietà, di prestito, di lavoro, di contratti, dalla
sharing economy alla peer-production sono secondo Mason la via d’uscita al
capitalismo che non dovrà essere un rifugio, né un meccanismo di
sopravvivenza, ma un nuovo modo di vivere.
Sarà la produzione collaborativa, dunque, che tramite le tecnologie di rete
usate per produrre beni e servizi gratuiti o condivisi indicherà la strada
per superare il sistema di mercato.
E proprio il concetto di “reti contro le gerarchie” è l’idea con cui Mason
– che negli ultimi anni ha studiato i movimenti sociali e di protesta di
tutto il mondo, inclusi quelli contro il capitalismo finanziario – lega
tutte le sue argomentazioni, anche se non spiega come fare.
Tuttavia lo scopo del saggio, spiega, «non è fornire una guida
all’organizzazione, ma tracciare una mappa per consentire a individui e
movimenti di ricavare coordinate per il viaggio da intraprendere».
È una trasformazione che deve partire dalla “granulosità” della rete, dal
contributo dei singoli, e non dallo scontro diretto con le istituzioni
globali: per dimostrare il fallimento dei vecchi metodi, Mason fa l’esempio
della Grecia che, nel gennaio 2015, nonostante un governo di sinistra
radicale, è stata costretta a scegliere tra bancarotta e sottomissione da
quell’ «uno per cento» rappresentato dal potere finanziario.
QUALI OBIETTIVI DEVE AVERE IL MONDO POSTCAPITALISTA? QUI MASON TRACCIA DEI
PUNTI CHIARI, IN QUELLO CHE LUI CHIAMA “PROJECT ZERO”.
Ridurre le emissioni di CO2 per limitare a 2 gradi l’aumento della
temperatura entro il 2050; socializzare il sistema finanziario e così
stabilizzarlo entro il 2050 per evitare che invecchiamento della
popolazione e cambiamenti climatici portano a un’implosione dell’economia
mondiale; puntare sulle tecnologie ad alto contenuto informativo per
affrontare in modo più efficace malattie, dipendenza dal welfare e scarsa
istruzione; utilizzare la tecnologia per ridurre il lavoro necessario e
promuovere una rapida transizione verso un’economia automatizzata.
È qui che il pensiero di Paul Mason è molto più vicino all’utopia che non a
una reale ipotesi di trasformazione economica e politica, tanto da
attirarsi forti critiche da più parti.
E infatti il grande merito di Postcapitalismo non sta nella capacità di
immaginare il futuro ma nell’acuta lettura del presente, perché riesce a
rilevare pieghe inaspettate del nostro tempo – sul piano economico e
sociale – tali da fornire interessanti e talvolta inediti spunti per la
comprensione del mondo in cui viviamo.
Probabilmente il capitalismo (che «non è una semplice struttura economica,
ma un’intero sistema che comprende aziende, Stati, i predicatori delle
baraccopoli di Lagos e gli analisti imbroglioni di Wall Street») dominerà
il mondo ancora a lungo.Tuttavia l’analisi di Mason dimostra come una
società più umana, equa e sostenibile potrebbe nascere proprio dalle
contraddizioni prodotte dal fallimento economico dell’Occidente.
Fonte: QCode magazine
Originale:http://www.qcodemag.it/2016/05/16/postcapitalismo/
Proiezione del FIlm documentario
“PETROLIO”
Regia: Silvio Giannini
sabato 9 aprile 2016 ore 18:30
Link pagina Facebook evento
https://www.facebook.com/events/213146449058556/?active_tab=highlights
L'associazione NETLEFT,
in occasione della campagna di informazione e sensibilizzazione sul
REFERENDUM abrogativo del 17 aprile ed in generale sui temi legati alla
problematica dell'estrazione di Petrolio nel nostro paese,
organizza la proiezione del film-documentario "PETROLIO" di Silvio Gianni,
presso lo spazio ex Seven di Via Assisi 117 a Roma.
La proiezione (di durata pari a circa 60') avrà inizio alle ore 18:30,
seguirà dibattito con l'autore, il regista Silvio Giannini, con Sergio
Bellucci, presidente dell'associazione Netleft .ed altri
Domenica 17 aprile, prima di andare al mare, votiamo per difenderlo il
nostro mare!
Scheda film "PETROLIO"
- Produzione: La realizzazione del documentario è il frutto del lavoro
volontario e gratuito di ragazzi universitari under 30, residenti nella
Regione Puglia e nella Regione Emilia Romagna.
La produzione del documentario è a cura di "Anche Cinema". ( ITA/ 2016 ).
- Documentario d'inchiesta sulle concessioni governative per la ricerca e
la coltivazione di idrocarburi nel mare Adriatico.
- Trama: La nascita di questa storia affonda le proprie radici nel 2006,
quando la società Northern Petroleum avanza al governo italiano le
richieste "d60","d61","d149" per la ricerca di petrolio nel mare Adriatico,
al largo delle coste Pugliesi.
Dopo qualche anno dalle richieste della Northern Petroleum, qualcuno si
accorge di qualcosa di anomalo ed iniziano le prime manifestazioni da parte
dei cittadini, in disaccordo con la politica del governo di allora.
Dopo anni di proteste, manifestazioni e ricorsi al TAR lo scenario non
cambia. La commissione V.I.A. che fa capo al MATTM continua ad concedere
pareri positivi per cercare petrolio ma nel frattempo gli scenari sociali e
politici sono cambiati.
La partita importante si gioca allora il 17 aprile 2016 con la
consultazione referendaria: da questo momento in poi, saranno, per una
volta, i cittadini a scegliere.
- Il documentario si basa su una raccolta di interviste che punta ad
offrire al pubblico uno scenario ampio e di alto profilo tecnico, senza mai
risultare fazioso. Gli scopi fondamentali del documentario sono infatti
didattici e informativi.
- Gli intervistati sono :
- Pierfelice Zazzera, ex parlamentare dell'Italia dei valori;
- Emilio Romani, sindaco del comune di Monopoli, per il Popolo della
Libertà;
- Antonella Laricchia, consigliera regionale per il MV5;
- Giuseppe L'Abbate, parlamentare del MV5;
- Giuseppe Deleonibus, ingegnere tecnico ambientale per il comune di
Polignano a Mare;
- Alessandro Reina, ex Presidente ordine degli geologi regione Puglia;
- Dino Borri, professore ordinario di ingegneria presso il Politecnico di
Bari;
- Rosanna Rizzi, per il coordinamento no Triv terra di Bari;
- Albina Colella, prof.ssa ordinaria di geologia presso l'Università della
Basilicata;
- Green Peace e Legambiente;
- Avv. Mario Tagliaferro, avvocato amministrativista presso l'ordine degli
avvocati di Lecce;
- Guglielmo Minervini, capogruppo regionale “Noi a sinistra per la Puglia”
- Titolo: “Petrolio”, dall’omonimo romanzo di Pier Paolo Pasolini
- Le riprese del documentario sono iniziate nel giugno del 2015 e sono
terminate a fine Marzo 2016.
Le riprese sono state effettuate nei comuni di Bari, Barletta, Monopoli,
Polignano a Mare, Fasano, Lecce.
Link Pagina Facebook del FILM:https://www.facebook.com/
Petrolio-il-documentario-448050148734617/timeline
Causa problemi tecnici la riunione è stata annullata o meglio rimandata ai
prossimi giorni.
Ne approfitto per comunicare l'uscita del nuovo saggio di Sergio Bellucci,
pubblicato sulla piattaforma " il mio libro
* Per acquistarlo sia in formato cartaceo che in formato **ebook*, cliccare
su:
http://
<http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/220941/dalla-biforcazione-cat…>
ilmiolibro.kataweb.it
<http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/220941/dalla-biforcazione-cat…>
/libro/saggistica/220941/
<http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/220941/dalla-biforcazione-cat…>
dalla-biforcazione-catastrofica-alla-terraformattazione-capitalistica
<http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/220941/dalla-biforcazione-cat…>
/
<http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/220941/dalla-biforcazione-cat…>
Scusate"
Il 20/gen/2016 14:27, "netleft la sinistra riparte dalla rete" <
comunicazioni(a)netleft.it> ha scritto:
> Ciao a tutte/i
> Purtroppo impegni ed emergenze ci costringono a convocare gli incontri
> troppo a ridosso della data, così come per la riunione di domani giovedì
> alle 18:30
> Per chi è interessato, domani ci vediamo a via del Verano 39, zona San
> Lorenzo, presso la sede di flyer communication.
> Per chi viene in macchina c'è un ampio parcheggio pubblico gratuito a
> piazzale passamonti, subito dopo l'uscita per il Verano dalla tangenziale.
> Ci vediamo domani alle 18:30
> Ciao Francesco
>
> _______________________________________________
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> Comunicazioni(a)netleft.it
> http://mailman.netleft.it/mailman/listinfo/comunicazioni
> _______
> Rispettiamo la privacy seguendo le normative 675/96 e 196/2003 per la
> tutela della riservatezza dei dati personali.
> Se questa ed altre comunicazioni risultano indesiderate, chiedere la
> rimozione dalla mailing list,
> rispondendo al mittente o inviando una mail a info(a)netleft.eu o
> cancellandosi direttamente visitando la pagina:
> http://mailman.netleft.it/mailman/listinfo/comunicazioni
> ________________________________
> Gli indirizzi presenti nella lista risultano essere inseriti in seguito a
> richiesta scritta o registrazione on-line
>
Ciao a tutte/i
Purtroppo impegni ed emergenze ci costringono a convocare gli incontri
troppo a ridosso della data, così come per la riunione di domani giovedì
alle 18:30
Per chi è interessato, domani ci vediamo a via del Verano 39, zona San
Lorenzo, presso la sede di flyer communication.
Per chi viene in macchina c'è un ampio parcheggio pubblico gratuito a
piazzale passamonti, subito dopo l'uscita per il Verano dalla tangenziale.
Ci vediamo domani alle 18:30
Ciao Francesco
Ciao a tutte/i
La situazione politica è sempre più in fermento, francamente non si trova
un bandolo della matassa politica, manca all'orizzonte una analisi
condivisa, ancorché abbozzata, ed un progetto politico conseguente, ma c'è
in giro ancora tanta voglia di fare ed elaborare.
Come Netleft ci vediamo mercoledì prossimo 13 gennaio, alle ore 18:30 a Via
Assisi 117, per parlare della situazione politica generale e cittadina (di
Roma), e per organizzare iniziative nostre e/o la partecipazione ad altre
iniziative.
Siete tutte/i invitate/i
il luogo si trova nel civico adiacente al Supermercato "Deco'" che ha un
parcheggio interno disponibile fino alle ore 21.
ciao Francesco